Ai miei tempi Rubriche

C’era una volta il cinema
La magia della sala nei ricordi di Leonardo Sciascia

E venne il cinematografo. Il piccolo, delizioso teatro comunale diventò (e ne ebbe lenta devastazione) cinema. Vi si facevano due proiezioni: il sabato e la domenica. I film erano chiamati “parti”: una bellissima parte, per dire un bellissimo film. Si era, credo, nel 1929. Non ricordo con quale film si inaugurò il cinema: ma ne rivedo, vago e intermittente come nei sogni, dei primi piani con la faccia di Jack Holt.
Ne venne a tutto il paese una passione, uan febbre, per cui dal lunedì al venerdì o si parlava del film già visto o si vagheggioava e si facevano congetture su quello da vedere.

[…] E prima che diventasse cinema, e un po’ anche dopo, il teatro aveva ospitato grandi compagnie drammatiche, e grandi attori avevano lasciato le loro firme alle pareti dei camerini (ricordo quella di Andrea Maggi, allora incomparabile Cyrano). Il teatro aveva una platea di centoventi posti, due file di palchi, un loggione comunemente chiamato piccionaia (quando si voleva italianizzare la voce “palummaru”). Per gli spettacoli del teatro drammatico o lirico, i biglietti d’ingresso avevano prezzi differenti; per il cinema, il prezzo diventò unico, ma l’ordine di separazione tra gli spettatori persistette: gli artigiani continuarono ad andare in platea, la piccola borghesia impiegatizia e le donne nei palchi, minatori e contadini in loggione. Ma – fatto del tutto nuovo – il loggione cominciò ad essere affollato anche di ragazzini; ragazzini che, ancora alle elementari, avevano cominciato il loro apprendistato artigiano e ostentavano mozziconi di sigarette, bestemmie e oscenità – oscenità di cui non chiaro avevano il significato; età, la loro, in cui, ben dice un pedagogista, si hanno più parole che cose. E della funzione del cinema nel rivelar loro le cose bisogna, per allora, tenere un certo conto.

Se ai persiani di Montesquieu fosse avvenuto di entrare, intorno al 1930, in un cinema di paese siciliano, la loro impressione sarebbe stata che lo spettacolo consistesse in quel che accadeva tra gli spettatori: e specialmente tra quelli del loggione e quelli della platea. Nel film che ora ho visto, Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, ce n’è tutto un tessuto, sulla cui veridicità non solo posso testimoniare, ma il lettore può cercare riscontro in certe mie lontane pagine (Gli zii di Sicilia).

Poiché un mio zio, impiegato municipale, si occupava della gestione del cinema, io ero uno spettatore privilegiato: me ne stavo sempre in un palco e a volte addirittura in quello centrale, che era detto del podestà (mai visto il podestà in quel palco, forse non amava il cinema, forse addirittura, affezionato al teatro, lo detestava). Quel palco aveva il vantaggio di essere accanto alla cabina di proiezione, dove negli intervalli sgusciavo non solo per far razzia dei frantumi di pellicola di cui si disseminava ad ogni proiezione ma riuscivo a convincere l’operatore, qualche volta, a tagliarmi un paio di fotogrammi dei più suggestivi. Ne avevo una collezione.

Il privilegio di stare in palco mi metteva anche al riparo dagli sputi che piovevano dal loggione: che non era di pura e semplice “vastaseria” (cioè di maleducazione), ma reazione di indignazione, di disprezzo, verso i personaggi vili, traditori e crudeli che in nessun film mancavano. Almeno così si cominciava: per indignazione. Ma alle proteste che si levavano dalla platea, quasi tutte condensate nell’insulto “figli di puttane”, agli sputi si aggiungeva il lancio di bucce d’arancia e di noccioli di pesche (secondo stagione); finché, al momento in cui i lanci diventavano più frenetici, guardie municipali e carabinieri, che se ne stavano in platea a godersi il film, non si decidevano a salire al loggione, dove sommariamente distribuivano schiaffi e calci. Riaffiorava così il suono del pianoforte: valzer di Strauss, romanze di Tosti, canzoni di Piedigrotta, “libiam nei lieti calici” e “amami Alfredo” che erano il repertorio invariabile della vecchia, mascolina e irascibile pianista che il Comune miseramente stipendiava.

 

(Leonardo Sciascia, Fatti diversi di storia letteraria e civile)

 

 

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Sull'autore

Raffaele Chiarulli

Raffaele Chiarulli

Guido un workshop di critica cinematografica presso l'Università Cattolica di Milano e insegno cinema dalle scuole materne alle università della terza età.