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CHARLIE SAYS (Mary Harron)

“Lascia che il tuo ego muoia”, dice Charlie. Quello che sorprende in questo film è il disvelamento del meccanismo di plagio e di lavaggio del cervello. Prendere una persona sana e autocosciente, magari non troppo robusta di carattere, e portarla a convincersi che tutto il mondo è in errore, che la società nasconde la verità e che solo pochi eletti conoscono la luce. Facendo leva sul sospetto verso il mondo esterno e sulla genuinità che si gode nel gruppo eletto, s’induce gli adepti a credere alla necessità che il leader detti la sua linea a tutti, che quella sia l’unica e che il capo non cada mai in errore. Certo, questo meccanismo lo conosciamo bene, è quello delle dittature, che può ipnotizzare interi popoli, è quello delle democrazie quando alla ragione e allo stato di diritto si vuol sostituire il sospetto e la giustificazione che “è sempre colpa degli altri”: è storia recente, è storia dei nostri tempi.
Le cronache legate a Charles Manson pongono fine al sogno di felicità degli anni Sessanta, tutto si infrange, un decennio spensierato di crescita e sperimentazione umana finisce nel delirio e nel sangue nell’agosto del 1969.
Charles Manson, il famoso psicopatico americano, è interpretato in modo magistrale da Matt Smith.
La regista canadese Mary Harron continua la sua personale analisi sulla società e sulle mentalità deviate americane, ricordiamo Ho sparato a Andy Warhol (1996) e American Psycho (2000). La narrazione dei delitti perpetrati dalla Manson Family è vista attraverso gli occhi di Karlene Faith, ricercatrice che lavora con tre giovani donne, entrate a far parte della setta dopo aver subito il lavaggio del cervello. Condannate alla pena di morte per il coinvolgimento nei crimini durante i quali furono assassinate nove persone, compresa l’attrice Sharon Tate, incinta e moglie di Roman Polanski. La loro pena fu in seguito convertita in ergastolo.
Karlene Faith tenta di rieducare le tre donne aiutandole a comprendere l’efferatezza dei crimini commessi.
Le “ragazze Manson” non appaiono come dei mostri, come “diverse” o eccezioni: l’aspetto più disturbante è proprio la loro normalità. Il film ripercorre l’esperienza della setta, passo dopo passo, dall’inizio hippy, con una comunità libera e felice, al progressivo instaurarsi di una gerarchia funzionale all’adorazione della figura di Manson, al delirio religioso e mistico indotto dalle droghe, fino al fallimento di Manson nella musica (Dennis Wilson dei Beach Boys frequentava il ranch e incise una canzone di Manson), fino al piano finale Helter Skelter, in cui una deviante lettura della nota canzone dei Beatles indusse Manson a credersi un essere soprannaturale con il compito di portare la fine del mondo.
Ci vollero anni per far rendere conto alle tre giovani, interpretate da Hannah Murray, Marianne Rendón, Sosie Bacon, di quanto avessero commesso, una lenta e terribile resurrezione dell’ego che era morto.

 

CHARLIE SAYS
Regia: Mary Harron
Interpreti: Matt Smith, Hannah Murray, Marianne Rendón, Sosie Bacon, Merritt Wever, Suki Waterhouse, Chace Crawford, Annabeth Gish
Usa
104’

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Sull'autore

Simone Agnetti

Simone Agnetti

Simone E. Agnetti, Brescia 1979, è Laureato con una tesi sul Cinema di Famiglia all’Università Cattolica di Brescia, è animatore culturale e organizzatore di eventi, collabora con ANCCI e ACEC, promuove iniziative artistiche, storiche, culturali e cinematografiche.