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CUBA AND THE CAMERAMAN (Jon Alpert)

CUBA AND THE CAMERAMAN

Ci sono volute mille ore di girato e più di 40 anni di riprese per portare a Venezia Cuba and the Cameraman, documentario del reporter e regista Jon Alpert, prodotto da Netflix. La prima volta che il giornalista mette piede a Cuba è il 1972. A muoverlo è la curiosità nei confronti di un Paese, governato da un leader sicuro di sé che promette di dar vita a riforme innovative in settori come sanità, istruzione ed edilizia. Sono i primi anni 70 e nella Cuba di Fidel, Alpert esplora gli aridi luoghi della provincia e delle campagne e quelli più vivi delle città, intesse relazioni umane e sincere con la gente del posto, intervista passanti e cittadini e conosce dal vivo lo stesso Castro, che da lì in poi lo apostroferà come “el periodista”.

Quello che doveva essere un resoconto dettagliato sulla politica e sugli anni del comunismo diviene ben presto un viaggio molto personale di Alpert che torna più e più volte a Cuba per documentare i cambiamenti di uno dei luoghi più controversi della storia del secolo scorso, attraverso le interviste a tre diverse famiglie cui si sente particolarmente legato: quella di Cristobal, Angel e Gregorio, tre fratelli contadini che vivono insieme alla sorella Lilo nella cittadina di Borrego, fuori de l’Avana; quella di Caridad, conosciuta quando era ancora una bambina con il sogno di fare l’infermiera e poi trasferitasi in Florida per americanizzarsi; e quella di Luis Amores, giovane spacciatore nei primi anni del documentario e venditore di materiali edili negli ultimi, che lo conduce nei luoghi più degradati della città.

Grazie al rapporto con loro, Alpert racconta e mostra i cambiamenti di Cuba, attraversando gli anni della prosperità e della speranza, quelli del blocco sovietico e dell’embargo, l’Esodo di Mariel, gli anni della rinascita turistica, con le strade popolate da mercati e bancarelle gestite da giornalisti, medici e ingegneri che guadagnano molto di più dalla vendita di accessori e quadri che esercitando le loro professioni, fino alla malattia di Castro, alla sua inevitabile uscita di scena e alla morte del leader, avvenuta il 25 novembre del 2016.

Con la telecamera perennemente sulle spalle, il regista torna sempre negli stessi luoghi, incontra le stesse famiglie, ripercorre le stesse strade e lascia una testimonianza dei cambiamenti sociali, culturali, storici e politici di questo Paese, relegando il suo rapporto con Fidel soprattutto alla prima parte dell’opera e all’ultima. Primo giornalista americano a intervistarlo, Alpert è anche uno di quelli che riesce a salutarlo negli anni della malattia. Tenendosi sempre a debita distanza, Alpert fa parlare i personaggi e le immagini, tiene viva l’attenzione con una narrazione dal buon ritmo, impreziosita dalle musiche tipiche del luogo che arricchiscono il documentario, ma non manca di evidenziare le incongruenze di un luogo continuamente in bilico tra speranza e rassegnazione, prosperità e povertà, crisi e rinascita. Il disagio esistenziale, le numerose privazioni dei beni primari e le difficoltà contrastano con lo sguardo disincantato, i sorrisi e volti di tanti protagonisti, soprattutto quello dei tre contadini che a Cuba nascono e lì restano senza mai perdere la speranza di potercela fare.

 

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Sull'autore

Marianna Ninni

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