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Dal lato della realtà
Dall’altra parte dello schermo, le piccole storie di una sala cinematografica

“Il tuo villaggio è il centro del mondo. Racconta il tuo villaggio e racconterai il mondo”. Questa celebre asserzione sullo splendore della natura umana, comunemente attribuita a Lev Tolstoj, si adatta perfettamente allo spaccato di vita che emerge dalle vicende della sala San Pio X di Cartigliano (VI). Dall’altra parte dello schermo, infatti, cioè da quella della realtà, non mancano desideri, passioni, avventure, sorrisi e lacrime di cui parlano i film. La storia del cinema, infatti, è anche quella dei suoi spettatori, oltre che di quanti permettono – restando invisibili nella cabina di proiezione e come in questo caso a titolo gratuito – che i sogni abbiano un luogo di consumo.

Nidio Grego, uno di questi sconosciuti artigiani, ne ha di esperienza e storie da raccontare. «Penso di essere tra i rari operatori rimasti» – confida orgogliosamente – «che hanno iniziato montando film munito di forbici, carta vetrata e acetone, quando le pellicole erano infiammabili (avevo 10, 12 anni…), per passare poi alla mitica pressa Catozzo, con il solo nastro adesivo (con le pellicole di poliestere), fino ai giorni nostri con il semplice “ingest” [l’acquisizione del film N.d.R.] di un DCP». Come quei pochissimi cineasti che iniziarono quando il cinema era muto e, superato il secolo di vita – ci viene in mente il portoghese Manoel De Oliveira (1908-2015) –, hanno chiuso la carriera lavorando con il digitale.

Nidio non ha un secolo (è nato nel 1956) ma i suoi aneddoti sembrano davvero provenire da un altro tempo, anche perché a tramandarli ci hanno pensato suo padre e suo zio che lavoravano come proiezionisti prima di lui. A Cartigliano, come ci aveva già raccontato, il cinema sorse prima ancora del campanile della chiesa e, in alcuni casi, ne assunse nel frattempo anche la funzione di segnare il tempo: «Negli anni Cinquanta la sala svolgeva un vero e proprio servizio di orologio. La gente si era abituata a scandire l’ora attraverso la famosa canzone Trieste mia, che veniva diffusa da un altoparlante anche all’esterno della sala, prima dell’inizio di ogni proiezione. Quando la gente ne riconosceva le note, sapeva che mancava pochissimo all’inizio del film e si affrettava ad arrivare. Allo stesso modo gli operatori erano pronti, finita la musica, a dare inizio allo spettacolo».

L’amarcord continua: «Il cinema negli anni Cinquanta era una realtà in tutti i paesi, grandi e piccoli. Tutti avevano il loro e non c’era competizione tra le sale. Per molte persone l’appuntamento con la proiezione del fine settimana era irrinunciabile, il film era una fonte di svago economica e gratificante e la platea era sempre gremita, quale che fosse il film». Quando poi i titoli erano di grande richiamo, si rischiavano quasi problemi di ordine pubblico. «Con i film di grido, all’entrata c’era la ressa, tutti pretendevano di accedere subito in sala e si doveva già mettere in conto una seconda proiezione consecutiva, che veniva annunciata immediatamente per tenere tutti buoni». Non tutti gli episodi erano piacevoli. «Anche a quei tempi c’erano i classici bulli del paese, che per il loro divertimento facevano saltare per qualche tempo la linea elettrica, creando disagi e malumori nel pubblico e in noi che lavoravamo».

Tra le fila degli spettatori, talvolta, ne capitavano davvero delle belle, come nell’aneddoto trasmesso da decenni nella famiglia Grego (Nidio all’epoca non c’era ancora) riguardante una proiezione del classico melodramma strappalacrime Genoveffa di Brabante (1947), che ebbe un tale successo a Cartigliano da essere replicato sei volte in due giorni. Il film era l’adattamento di un romanzo popolare seicentesco ispirato a una leggenda medievale, la tipica vicenda di una donna virtuosa che, durante l’assenza del marito andato in battaglia, respinge un mellifluo seduttore, subendone la vendetta. I torti e i soprusi che la protagonista deve subire prima del lieto fine (quando fortunatamente la verità e l’onore della fanciulla sono ristabiliti) mandarono in crisi una spettatrice che – incapace di sopportare la tensione del film – si sfilò una scarpa e, per l’indignazione, la lanciò contro lo schermo. «Non contenta, dopo la proiezione aspettò fuori dalla cabina mio padre e mio zio per gridare loro che si sarebbero dovuti vergognare a “far soffrire” così quella povera donna e il suo bambino piccolo…». Gli studiosi di psicologia della percezione avrebbero molto da imparare dalle storie di questo microcosmo, un villaggio raccontando del quale si racconta il mondo.

3 – continua

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Sull'autore

Raffaele Chiarulli

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