Ai miei tempi Rubriche

Diritto al capolavoro
I ricordi cinematografici di Giuseppe Pontiggia, tra spasmodiche attese e visioni mancate

Dopo l’ode di Pablo Neruda e l’amarcord di Leonardo Sciascia, terza puntata della storia d’amore tra i grandi scrittori e la sala cinematografica. Protagonista è Giuseppe Pontiggia, dalle cui opere sono stati tratti i film Il giocatore invisibile (Sergio Genni, 1985), adattamento dal romanzo omonimo (1978), Facciamo paradiso (Mario Monicelli, 1995), tratto da un racconto della raccolta Vite di uomini non illustri (1993) e Le chiavi di casa (Gianni Amelio, 2004), liberamente ispirato al romanzo Nati due volte (2000).

A dodici anni ho visto il film Sfida infernale: un film in cui c’era la scena di un ubriaco che, in un saloon, recitava “Essere o non essere”. Ricordo che quelle parole mi avevano emozionato. Capivo che quelle parole aprivano orizzonti carichi di futuro […].

I film del dopoguerra erano tutti capolavori. Sarà stata la fine dei bombardamenti, la scoperta dell’America (è un evento che si ripete ogni vent’anni), l’età degli spettatori (eravamo ragazzi) e la fame insaziabile di avventura, di evasione e di fasto che sopravviva, come nella tavola di Novello, alla vista di un vespasiano desolato all’uscita del cinema Eden. Ma noi, insieme con il biglietto ridotto, compravamo un biglietto intero per un capolavoro. Immagino – non ne ricordo prove – che gli adulti facessero qualche distinzione. E che, oltre al superlativo relativo e assoluto, praticassero altri gradi dell’aggettivo. Forse qualche talento precoce (di quelli che hanno letto Milton a 9 anni e Musil a 11) avrà, pur essendo nostro coetaneo, introdotto una gerarchia. Per noi sarebbe stato un tradimento. Non dovevamo decidere se era un capolavoro. Vi avevamo diritto. E chi ne avesse dubitato sarebbe stato considerato, più che un guastafeste, un cinico e un disfattista […].

Per scegliere guardavamo con cupidigia le locandine, racchiuse dentro convinci floreali e collocate nei punti strategici dell’atrio. I Crociati erano un capolavoro già nel titolo. Non dubitavamo che i film di Tarzan fossero stati girati nella giungla […]. Quanto al Sergente York, con Gary Cooper, era il capolavoro che aspettavamo da settimane in un cinema all’aperto, preannunciato da spezzoni irresistibili. Eravamo entrati quando il film era appena incominciato, al penultimo spettacolo, e allora avevo persuaso i miei due amici a voltare le spalle allo schermo e a turarci le orecchie, per godercelo dal principio alla fine all’ultimo spettacolo. Non ricordo dove trovassi la forza per indurli a un comportamento così coatto e stremante. La mania crea la felicità e l’infelicità non solo nella stessa persona, ma in quelle che le sono vicine. Alla fine l’altoparlante dà un annuncio agghiacciante: l’ultimo spettacolo è sospeso. Ho rivisto a distanza di cinquant’anni uno dei due amici. Rideva, ma la ferita non si è rimarginata. Non ha più voluto vedere Il sergente York alla televisione, dove l’hanno replicato più volte, ha sempre immediatamente cambiato canale.

(Giuseppe Pontiggia, Al cinema nel dopoguerra, “Il Sole-24 Ore”, 2 febbraio 2003)

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Sull'autore

Raffaele Chiarulli

Raffaele Chiarulli

Guido un workshop di critica cinematografica presso l'Università Cattolica di Milano e insegno cinema dalle scuole materne alle università della terza età.