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IL BENE MIO (Pippo Mezzapesa)
Ciò che ci rimane

Elia è l’ultimo abitante di Provvidenza, un paesino del Sud Italia andato completamente distrutto per un violento terremoto. I suoi antichi compaesani si sono infatti tutti trasferiti, ma lui ha deciso di resistere nella sua vecchia abitazione per mantenere vivo il ricordo. Quando il Sindaco gli intima di abbandonare il vecchio paese però, Elia avverte una nuova, strana presenza. Si tratta di Noor, una giovane donna proveniente dal Medio Oriente che sembra intenzionata a raggiungere la propria sorella in Francia.

A distanza di sette anni dal film d’esordio (Il paese delle spose infelici  è del 2011), ma con ormai una significativa filmografia alle spalle (6 cortometraggi e 3 documentari), il pugliese Pippo Mezzapesa torna al lungometraggio di finzione con un’opera nella quale si ritrovano molti dei temi a lui cari, ma decisamente più ambiziosa dei suoi precedente lavori, dal momento che Il bene mio è intriso di una dimensione politica prima solo accennata, se non addirittura assente, e di un lavoro sullo spazio assai più maturo. Come quasi sempre succede nei lavori di Mezzapesa anche qui il protagonista è un uomo separato dalla società, solitario e resiliente, mentre il paese-fantasma in cui ha deciso di rimanere non è un semplice sfondo, ma si identifica subito come uno spazio simbolico, metonimia del Meridione, ma anche dell’intera nazione. Uno spazio lacerato e offeso, pronto a divenire l’oggetto di una profonda riflessione sulla Memoria e sulla necessità di conservarla. E di conseguenza anche sull’Identità, personale e collettiva.

Al di là dell’importante riflessione in chiave esistenziale e politica, dove il dissidio tra chi preferisce dimenticare e chi invece lotta per mantenere alto il valore del Ricordo sfocia in un finale intenso e commovente, Il bene mio è un’opera fatta di alti e bassi, di scelte perfettamente riuscite e di altre più discutibili. Rimarchevole ad esempio è il soggetto, mentre meno pregevole risulta la sceneggiatura, che indugia, forse troppo, sulla vicenda tra Elia e Noor, appesantendo così un po’ la parte centrale del racconto. Apprezzabile ma discontinua anche la regia di Mezzapesa, capace di alternare soluzioni ben congegnate (come il lavoro sullo spazio, appunto) ad altre meno convincenti, come ad esempio l’eccessivo ricorso ai simbolismi, che finiscono per far perdere freschezza e vitalità all’affabulazione. Ciò che invece convince in pieno è l’interpretazione di Sergio Rubini, perfettamente calato nel proprio personaggio, al quale riesce a donare non solo una tridimensionalità come poche altre volte nella sua quasi trentennale carriera, ma anche a collocarlo in un’area a cavallo tra l’identificazione e lo straniamento. Ovvero in quella zona liminare riservata ai grandi interpreti e sempre più rara da rintracciare nel cinema italiano recente.

 

IL BENE MIO
Regia: Pippo Mezzapesa
Con: Sergio Rubini (Elia), Sonya Mellah (Noor), Dino Abbrescia, Francesco De Vito
Italia 2018
Durata 95’

 

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Sull'autore

Francesco Crispino

Francesco Crispino

Francesco Crispino è docente di cinema, film-maker e scrittore. Tra le sue opere i documentari Linee d'ombra (2007) e Quadri espansi (2013), il saggio Alle origini di Gomorra (2010) e il romanzo La peggio gioventù (2016).