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IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO
Eco di miti antichi per una tragedia contemporanea

sacrificio del cervo sacro

Il film di Yorgos Lanthimos, dal titolo dal sapore così sacrale e antico, evoca culti e miti che sono alla base delle radici della cultura occidentale, scarsamente familiari al pubblico. Per certi versi tali radici sembrano non aver prodotto frutti conseguenti, ma solo disarmonie e dissonanze.

Se la misura e la giustizia erano la somma delle virtù greche, nulla di misurato ed equilibrato manifesta il lungometraggio del regista greco. Già a partire dalle forti disarmonie della colonna sonora del film, dalla musica classica alla tecno, che accompagnano lo spettatore in un percorso che lo trova sempre più incapace di formulare una sintesi propria con un qualche senso logico, anzi, per riprendere il dettato filmico, si trova quasi paralizzato di fronte alla rappresentazione di una realtà che nello stesso tempo sa essere crudele, grottesca, tragica, comica, surreale. Forse proprio il senso di paralisi e immobilità sono i segni di una malattia del nostro tempo che il film vuole mettere in scena e nella quale vuole coinvolgere lo spettatore perché si interroghi se l’incapacità di muoversi nel corpo e nell’anima non sia anche un suo problema.

I protagonisti sono due, anche qui sproporzionati: un individuo e un gruppo familiare. Da una parte il giovane Martin (Barry Keoghan), ragazzo sedicenne orfano di un padre morto durante un’operazione al cuore – il film inizia letteralmente a cuore aperto –; dall’altra una famiglia borghese formata da due genitori, entrambi medici, il marito chirurgo (Colin Farell) e la moglie oftalmologa (Nicole Kidman), e due figli: Kim (Raffey Cassidy) l’adolescente le cui prime mestruazioni, accolte con una certa freddezza medica, segnano il passaggio alla sua età adulta, e il figlio Bob (Sunny Suljic), che, pur ancora piccolo, ascolta heavy metal, segno di uno spirito ribelle non facilmente addomesticabile.

Il dottor Stephen Murphy, con incontri sempre più ravvicinati, vede Martin in una trattoria e anche in luoghi più appartati, tanto da poter destare sospetti ad ampio raggio nello spettatore. Stephen si dimostra disponibile, pur senza mai dimostrare alcun calore o una qualche pietà per il suo essere orfano, ad aiutarlo e a incontrarlo, facendogli regali e concedendogli il suo tempo anche durante il turno del lavoro. Lo invita anche a casa per introdurlo nella vita familiare, che in realtà, nel fascino perverso di questo ragazzo, viene totalmente sconvolta. Il vero motivo di questo approccio così insistente verso il dottore viene svelato dalle stesse parole di Martin, il quale, quasi come un oracolo al quale non si può obiettare, gli rivela che giustizia deve essere fatta per portare di nuovo equilibrio. Non si sa bene dove deve essere fatto questo equilibrio: se tra gli dèi in cielo, o nella vita famigliare di Stephen, o nella vita di Martin. Il dottore, a giudizio del giovane, responsabile della morte di suo padre, deve ristabilire un bilanciamento diventando protagonista nuovamente di un omicidio, non più verso un paziente, ma verso un proprio familiare. La resistenza di Stephen ad assolvere questo compito imposto, frustrata dalle sue inefficaci competenze scientifiche, non fa che allargare gli effetti di quell’oracolo che non si può esitare a chiamare una disgrazia o una maledizione che si abbatte su tutta la famiglia.

In realtà – ed è qui forse la sfida del regista – non può essere chiamata disgrazia o maledizione, perché, ciò presupporrebbe che ci fosse una qualche grazia o una possibilità di benedizione. Ma non vi è nulla di religioso in questa vicenda, al di là del titolo stesso del film. Anche lo sfondo mitologico di Ifigenia, evocata dal preside della scuola che ricorda lo scritto eccellente di Kim sull’argomento, in realtà è consegnato ad un orizzonte chiuso al trascendente e il tutto è tragicamente determinato dalla volontà di ribilanciamento di Martin. La sua volontà onnipotente, che è sete di vendetta, è il motore – immobile – che fa ruotare le cose attorno a sé.

Se immobile è la volontà di ‘giustizia’ di Martin, immobile è pure il corpo dei figli e immobile è la libertà dei genitori che nulla può fare. Non c’è spazio, nel film, ad alcun elemento che manifesti la dimensione dinamica dell’esperienza umana, né una qualche possibilità di riscatto o di perdono. Nemmeno la scienza, che ha il compito di aprire l’uomo al possibile e al nuovo, nell’occhio impietoso di Lanthimos può contribuire in alcun modo a risollevare la condizione umana. Appunto, non ci sono possibilità, ma solo l’implacabile necessità di fare quanto è già stabilito.

Il film è vietato ai minori di 14 anni non solo per alcune scene, poche ma incisive, di crudeltà, ma soprattutto per la assoluta mancanza di empatia nei confronti del dolore umano rappresentato privo di alcun valore. La mancanza di empatia è essa stessa una patologia che anestetizza la realtà. D’altra parte non si può vivere a cuore aperto se non sotto anestesia, sembra dirci Lanthimos.

Pur concedendo il riferimento al mito di Euripide, il regista l’ha così rielaborato dall’aver deliberatamente escluso ogni dimensione religiosa mettendo in evidenza la sorte asettica di una giustizia umana chiusa ad una giustizia superiore. Tutto diventa irragionevole, disumano, privo di senso e di logica. Lo spettatore viene abitato da tali sensazioni; se tale ero lo scopo del regista gli vanno fatti i complimenti per esserci riuscito. La giustizia come il dolore, così come la vendetta e il perdono, diventano assurdi senza la libertà che fa battere il cuore, mette ali alle emozioni e, soprattutto, restituisce l’uomo alla propria capacità di aprirsi al possibile e non solo al necessario.

Articolo a cura di don Maurizio Girolami, direttore dell’Istituto di Scienze Religiose di Portogruaro

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Sull'autore

Maurizio Girolami

Direttore dell’Istituto di Scienze Religiose di Portogruaro