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IL VIZIO DELLA SPERANZA: UN MIRACOLO DEL CINEMA
scheda pastorale del film di Edoardo De Angelis

Con Edoardo De Angelis la speranza diventa maledettamente concreta, tangibile, viscerale. Non serve essere preparati. Non serve conoscere un versetto del Vangelo. Non serve essere un teologo. Non serve nemmeno essere un praticante. La “rivelazione” nell’opera del regista napoletano arriva senza meriti a tutti perché, annuntio vobis magno gaudio, habemus… un film di rara potenza. Un vero miracolo del cinema che non si stanca di prenderci per mano e farci riflettere sul senso del nostro «campa’». L’opera è una preghiera biliale, come quella del personaggio Carlo Pengue alla fine, necessaria alla nascita nel mentre del dolore più atavico e anche alla rinascita nel mentre della sofferenza più estrema di sentirsi abbandonati agli inferi del mondo. «Io so. Tu sai», dice la protagonista poco prima con lo sguardo verso l’alto. Cosa è ognuno nel suo intimo a deciderlo, a serbarlo.

Un miracolo del cinema, davvero? Sì, perché lo sguardo di Edoardo De Angelis e della scrittura condivisa con Umberto Contarello vivono di quella autonomia propria dell’arte, da cui traspare sì effettivamente la geometria della speranza e l’algebra del presepe e dell’affanno che lo precede, senza al contempo però intrappolarli in una architettura catechetica. Oltre ad una conoscenza non manichea di Castel Volturno, una rilettura quasi da epopea dei suoi abitanti non pervenuti all’anagrafe e una credibilità attoriale condivisa tra protagonisti e piccoli cammei, la rivelazione giunge grazie al realismo dello “sporco” che non preclude la verità del “pulito” (meraviglioso in tal senso il discorso sul linguaggio che Maria dedica al suo grembo). Giunge grazie alla miseria materiale che non preclude la ricchezza d’animo. E ancora grazie alla puzza di discariche a cielo aperto che nascondono comunque pietanze che soltanto un talento visionario come De Angelis poteva mettere in scena. Viene fame di vita, di rottura, di evoluzione, di salvezza, di preghiere, di miracoli che nessuno verrà, per fortuna, a certificare.

Il cibo, un protagonista non meno importante di Maria, seppur così invitante non basta più a sfamare la sua esistenza. Ora sono in due: l’aspettativa di vita che nasconde in grembo le fa sentire la novità del desiderio. Sente che non basta la razione di cibo di una manager matrona per portare al mondo suo figlio. Bisogna salvarlo dalla tratta e questo coraggio regala la forza di salvare anche altri piccoli (la pastorella di colore con il suo bastone diviene icona della tenerezza).  E di lasciare genitori e parenti che hanno succhiato fin troppo del suo latte. Da domani, dirà Maria alla madre, «non ti sveglio più». Da domani mi occuperò finalmente di me stessa occupandomi del mio piccolo “uomo”. Il cane, che non ha nemmeno un nome tanto è rara l’adozione a Castel Volturno, lascia il passo a nuove epoche. Il simbolo della difesa può morire perché Maria non è più sola. Sa finalmente dove andare, ha trovato una grotta di riparo, ma prima si lascia letteralmente “imbambolare” – è l’incanto della dignità –  da una local vestita di bianco che le annuncia che i tempi finiscono (uno dei significati/rimandi all’Avvento!) e che non bisogna farsi trovare impreparati.

Un film, quindi, di gesti che uccidono dentro per sempre e altrettanti che salvano nell’immediato perché si può ancora provare a passare da un lato all’altro del fiume: basta trovare il ripensamento di Maria che regalerà la libertà a Fatimah. O un “brav’uomo” come Pengue che tolse alle acque Maria da bambina e ora anche da adulta. Un fiume che non ha pesci buoni per nessuno: si può solo aggrapparsi ad un essere umano. Ecco cos’è la speranza per Edoardo De Angelis; tenersi stretti alle persone che dimostrano di appartenere all’umanità, di agirla, di metterla a disposizione degli altri. Tutto ciò regala il Natale, un giro in giostra che fa dimenticare in/per un secondo le ferite di una vita, che fa scoprire il fascino di una paura ludica che non si appiccica per sempre all’anima come quella dei tanti lupi cattivi che abitano questo mondo. Si può tornare ad essere piccole bambole, bianche, candide, con merletti e sogni perché “a me nessuno mi uccide”. Nemmeno i tanti zi’marì (Marina Confalonieri, senza ritegno nella sua bravura) che incontriamo sulla nostra strada e che di fronte alla «stronzità» della nostra speranza, sentono il richiamo del rispetto. Perché la speranza porta in sé il vizio del rischio.

Arianna Prevedello,
responsabile comunicazione ACEC nazionale

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«La Speranza non è un ottimismo, non è quella capacità di guardare le cose con buon animo e andare avanti. No, quello è ottimismo, non è speranza. Né la speranza è un atteggiamento positivo davanti alle cose. Quelle persone luminose, positive… Ma questo è buono, eh! Ma non è la speranza. Non è facile capire cosa sia la speranza. Si dice che è la più umile delle tre virtù, perché si nasconde nella vita. La fede si vede, si sente, si sa cosa è. La carità si fa, si sa cosa è. Ma cosa è la speranza? Cosa è questo atteggiamento di speranza? Per avvicinarci un po’, possiamo dire in primo che la speranza è un rischio, è una virtù rischiosa, è una virtù, come dice San Paolo “di un’ardente aspettativa verso la rivelazione del Figlio di Dio”. Non è un’illusione»

Nel 2013 Papa Francesco, omelia a Santa Marta


“ogni anno dal fiume noi rinasciamo”.

(un tuffatore bosniaco)

Nel fotogramma passato, presente e futuro.

Nessuna presentazione dei personaggi, nessuna divagazione.

La storia delle donne e degli uomini è scritta sul corpo: nelle cicatrici il passato, nei gesti il presente, negli occhi il futuro.

Il corpo è lo strumento principale della narrazione perché la sua materia mobile esprime la trasformazione dei personaggi; è veicolo tematico in quanto mostra la bellezza ferita di essere umani in attesa di qualcosa o qualcuno, disperati attaccati a un’ultima speranza; infine, il corpo esprime la volontà dell’anima di sovvertire l’ordine della disperazione, attraverso la resistenza e, al momento giusto, la ribellione.

Pensate a un inverno freddo, un tempo in cui tutto attorno a noi sembra morto e accendiamo il fuoco per scaldarci, in attesa che cambi.

La terra genera, la terra ospita, la terra lascia prosperare e poi sovrasta il corpo morto; il vento soffia sul fuoco e spinge l’acqua del fiume verso la terra, per ravvivarla.

La vita si ostina a lottare contro la morte: l’arco del mondo si trasforma attraverso la nascita, la morte e la rinascita. Tutto ciò che resta immobile muore. Ciò che si muove vive.

Per chi ha la forza di resistere, il premio è il miracolo del mondo che nasce.

Edoardo De Angelis, regista

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Arianna Prevedello

Arianna Prevedello

Responsabile Comunicazione ACEC