Ai miei tempi Rubriche

In tre o quattro in vespa
Avventure a rotta di “colla”, tra preti energici e santi in Paradiso

Il caffè del bar dell’oratorio ha un sapore tutto particolare. Né più buono né più cattivo di altri caffè, ma l’atmosfera in cui lo beviamo dona un gusto inequivocabile di familiarità. A fare gli onori di casa è Angela Carnelli, che si occupa di tutta la parte amministrativa e della programmazione del Cineteatro San Francesco di Appiano Gentile, e Luigi Arrighini, che è l’angelo custode della saletta di proiezione. Attorno a noi, ragazzi di tutte le età corrono avanti e indietro, alcuni diretti verso il campetto da calcio adiacente, altri nella scia di un sacerdote che sembra allungare il passo per staccarli, come a sfidarli a seguire i suoi passi. Luigi si concentra sui giorni in cui era adolescente. «Una volta si cresceva in oratorio», come a dire che la parrocchia era una vera seconda casa. Da semplici frequentatori si diventava animatori e poi magari educatori. Alcuni, trovandosi al posto gusto al momento giusto, decisero di prendersi il patentino come operatori di sala. «I più grandi avevano già 25, 26 anni, stavano finendo di studiare o magari lavoravano già… Tutti hanno iniziato così. Il cinema era una delle tante attività, ma era molto più coinvolgente ieri rispetto a oggi». Luigi mima tutte le operazioni che elenca: «Arrivavano le pellicole, le pizze, bisognava montarle, e così via… Oggi arriva il satellite e amen! Non hai quasi niente da fare».

Gli chiediamo se c’è qualche aneddoto relativo ai suoi anni ruggenti, qualche particolare che rendeva bella e unica quella compagnia di amici. Luigi fruga fra i ricordi e racconta di come si divertivano a fare la colla in casa, con la farina, per attaccare le locandine dei film. I ragazzi di oggi neanche s’immaginano di poter fare la colla da soli, con quello che hanno nella cucina di casa, gli spieghiamo cercando di estrarre dalla sua memoria altri dettagli concreti come questo. «Proprio in fondo alla chiesa c’era una bacheca, un tazebao, dove attaccavamo il primo dei manifesti. Lo portavamo fuori al venerdì e lo ritiravamo la domenica sera – finito il film – o il lunedì mattina». Anche il tazebao – questa è la parte interessante – era il frutto della perizia artigianale tutta interna all’oratorio. «Anche se quello non l’avevamo fatto noi ma quelli più grandi», precisa Luigi per non prendersi meriti altrui.

E dopo il film? «A mezzanotte, una volta chiusa la baracca, andavamo a mangiare la pizza. Dovevamo arrivare fino a Lomazzo, perché qui ad Appiano all’epoca non c’erano le pizzerie. Mi ricordo il nebbione nelle notti d’inverno e che montavamo in tre o quattro sul vespino». Gli chiediamo se non li hanno mai fermati i carabinieri. Luigi arriccia i baffi in un sorriso: «Eh, non sai quante volte…». Una in particolare merita di essere ricordata. Alcuni di loro erano già maggiorenni. «Erano gli anni del terrorismo». Luigi si fa serio, ma solo per un momento. «Furono richiamati in servizio tutti i militari perché c’era bisogno di gente per pattugliare le strade. Uno di noi era carabiniere. Giocavamo insieme a carte al bar fino alle nove di sera, poi lui doveva rientrare in caserma per fare il turno di notte». Gli altri tre si piazzarono sul motorino, diretti a Lomazzo, dove li aspettava la pizza. «Sulla strada, fummo fermati da una pattuglia di carabinieri. Mentre il primo dei due, sceso dalla vettura, ci rimproverava, dalla macchina sentiamo una voce familiare che ci dice: “dài, non fate gli scemi!”. Ed era proprio il nostro amico!». Quando si dice una scena da film.

«Al cinema a quei tempi venivano tutti, ma proprio tutti. I bambini della scuola elementare, in particolare, erano una presenza fissa. Le famiglie li affidavano a noi perché si fidavano». L’oratorio, e quindi anche il cinema, era il luogo di ritrovo per eccellenza. L’abitudine per le famiglie era di partecipare agli spettacoli del sabato sera e della domenica pomeriggio. «L’oratorio apriva alle due del pomeriggio, c’era la preghiera, le varie attività e alle quattro il film. I genitori che non si fermavano non guardavano neanche quale fosse il film in programmazione, interessava poco. Capitava che c’era il film che piaceva, li coinvolgeva e ok, andava tutto bene ma altre volte c’erano film più noiosi, meno interessanti per i ragazzini». E allora cosa succedeva? «Iniziavano gli scherzi, gli schiamazzi, i giochi, ed entravano in scena i piantoni in sala». I piantoni? «Sì, c’erano sempre. Alcune mamme e i ragazzi più grandi che facevano da buttafuori. Il miglior buttafuori di tutti era don Daniele Gandini. Passava sempre a ogni proiezione a fare una verifica per stanare i bambini che facevano più chiasso. “Tu, tu e tu, fuori!”. Era inflessibile. Era quasi un lavoro stare in sala a zittire i bambini. Se don Daniele non era già passato, lo chiamavi, lui entrava e li sbatteva fuori. Se non si rimettevano in riga, non rientravano». Un resconto meraviglioso. Viene in mente il don Camillo di Guareschi con “le mani grosse come badili” mentre prende per la collottola questo nugolo di facinorosi facendoli poi rotolare fuori dal cinema. «Era anche un modo per educarli» – ci rassicurano Angela e Luigi, non sapendo che nella nostra mente pensiamo a molti adulti che meriterebbero lo stesso brutale trattamento – «Don Daniele non era una figura autoritaria ma autorevole. Gli obbedivi perché era la cosa più giusta da fare».

Un altro ricordo, molto più recente ma molto intenso, legato alla storia della sala, risale alla morte del papa Giovanni Paolo II. «La notizia arrivò pochi minuti prima della fine del primo tempo del film». Era il 2 aprile 2005. «Don Daniele era già partito per andare a organizzare la messa da celebrare in parrocchia. Tra il primo e il secondo tempo dicemmo due parole per informare gli spettatori e recitammo con loro una preghiera». In alcuni teatri, in quella serata primaverile, gli attori dettero la notizia al pubblico tra un atto e l’altro e chiesero di non applaudire alla fine degli spettacoli.

Si può parlare di cinema per un intero pomeriggio senza citare un solo titolo di film ma assaporando ugualmente l’ebrezza dell’avventura della vita. Ci portiamo a casa la familiarità di un luogo e le storie che rimandano a pomeriggi lontani o a sere del dì di festa in cui anche i santi si sono congedati dal loro pubblico nel buio stellato di una sala.

4 – Fine   

 

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Sull'autore

Raffaele Chiarulli

Raffaele Chiarulli

Guido un workshop di critica cinematografica presso l'Università Cattolica di Milano e insegno cinema dalle scuole materne alle università della terza età.