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LA DONNA ELETTRICA (Benedikt Erlingsson)
Il diritto della Natura

Halla ha cinquant’anni, dirige un coro in una piccola città ed è la più ricercata ecoterrorista islandese. Passa infatti molto del suo tempo a sabotare le linee elettriche del proprio paese, convinta che il governo stia avallando una politica dissennata nei confronti dell’ambiente. Proprio nel momento più acceso della sua lotta però, le viene comunicato che una sua antica – e ormai dimenticata – richiesta d’adozione può andare finalmente a buon fine, ma deve decidere in fretta se esercitarla e recarsi in Ucraina a prendere la piccola Nika.

A distanza di cinque anni dal suo ottimo esordio (Storia di cavalli e di uomini), Benedikt Erlingsson torna alla regia con un’opera altrettanto eccentrica, altrettanto seducente, ma anche più ambiziosa. Rispetto al lungometraggio del 2013, che ne rivelava il talento visivo ma che ne registrava contemporaneamente anche la mercurialità nella sua applicazione, in  parte determinata dalla struttura a episodi del film, ne La donna elettrica i temi sono molto simili – lo stesso Erlingsson ha dichiarato di rintracciare il fil rouge che collega i due film nell’importanza dei “diritti della Natura”, che «dovrebbero essere considerati allo stesso livello dei “diritti umani”» –, sebbene il discorso politico che lo attraversa sia molto più affilato, la messinscena decisamente più compatta e la visionarietà che ne contraddistingue lo sguardo ben messa al servizio della narrazione. Anche se va sottolineato come l’eccellente risultato sia ottenuto anche grazie allo spessore dell’interpretazione di Halldora Geirharðsdóttir, ben calata nel doppio ruolo di Halla e della sorella Ása, due gemelle apparentemente agli antipodi (la prima decisa ad affidarsi all’azione, la seconda di farlo attraverso la meditazione), ma che invece rappresentano due opposti modi per “salvare il mondo” dalla crisi quasi irreversibile in cui sembra essere sprofondato. Un doppio e incrociato percorso esistenziale che Erlingsson gestisce con padronanza drammaturgica, scegliendo di metterlo in un rapporto esclusivo con i quattro elementi, che di fatto sono gli altri veri protagonisti di un film la cui attenzione va verso gli spazi disabitati e i silenzi iperborei. La Terra (con cui Halla intrattiene un rapporto viscerale e profondo), il Fuoco (le linee elettriche e le industrie siderurgiche verso cui si scaglia), l’Aria (che con la Terra divide equamente lo spazio dell’inquadratura, spesso tagliata esattamente in due dalla linea dell’orizzonte) e l’Acqua (vera protagonista dello splendido finale in terra straniera) non solo costituiscono gli elementi dialettici con cui Erligsson manda avanti il percorso narrativo della protagonista, ma ne costituiscono anche il nucleo semantico, dal momento che quello di Halla è un itinerario elementare. Ovvero che si definisce in rapporto ai quattro elementi, mettendone così in rilievo l’importanza e la necessità di tornare a metterli al centro dei nostri interessi. Al contrario delle immagini provenienti dalla televisione, che pur rimandando sempre a situazioni catastrofiche, sembrano non intaccare mai Halla.

L’ultima notazione di un film dai numerosi spunti di riflessione riguarda i commenti musicali, che il regista islandese gestisce in maniera del tutto originale, facendo entrare nello spazio della messinscena entrambi i gruppi musicali a cui sono affidati (un trio islandese e un coro di tre ragazze ucraine). Provocando in tal modo un continuo cortocircuito tra il diegetico e l’extradiegetico, adottando brechtianamente quello “straniamento” che spinge lo spettatore al di fuori dell’immedesimazione e di conseguenza ad adottare un ruolo meno passivo. Nei confronti del film, così come nei confronti delle sorti del nostro pianeta.

 

Regia Benedikt Erlingsson

Con Halldora Geirharðsdóttir, Jóhann SigurðarsonDavíð Þór JónssonMagnu´s Trygvason EliasenO´mar Guðjo´nsson

Islanda/Francia/Ucraina 2018

Durata 100’

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Sull'autore

Francesco Crispino

Francesco Crispino

Francesco Crispino è docente di cinema, film-maker e scrittore. Tra le sue opere i documentari Linee d'ombra (2007) e Quadri espansi (2013), il saggio Alle origini di Gomorra (2010) e il romanzo La peggio gioventù (2016).