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LADY BIRD (Greta Gerwig)
Un ritratto adolescenziale riuscito solo a metà

LADY BIRD

Lady Bird è il soprannome che Christine MacPherson ha scelto per se stessa. Diciassettenne, nata e cresciuta a Sacramento, in California, sogna di trasferirsi a New York per frequentare una prestigiosa università. Giunta all’ultimo anno del liceo cattolico che frequenta malvolentieri, è costretta a iscriversi a un corso di teatro che lei, animata da un incontenibile spirito di ribellione e da una dispettosa indole anarchica, scoprirà come rifugio dal rapporto complicato con la madre, ipercritica, e da un padre disoccupato…

 

Cinque nominations agli Oscar, quasi tutte nelle categorie principali (miglior film, regia, attrice protagonista, attrice non protagonista, sceneggiatura originale): tanto, troppo per Lady Bird, prima vera regia di Greta Gerwig (l’attrice di Frances Ha e Mistress America) dopo Nights and weekends, co-diretto nel 2008 insieme a Joe Swanberg. Un ritratto adolescenziale che funziona solo a corrente alternata, più preoccupato a “strizzare l’occhio” allo spettatore con siparietti dolceamari, talvolta caustici, che a condurlo realmente per mano nei territori impalpabili e contraddittori del coming of age al femminile.

Quasi un’autobiografia in immagini, almeno stando a quanto dichiarato dalla stessa Gerwig, Lady Bird sembra ricalcato “a tavolino” sullo schema del tipico prodotto indie: contestualizzazioni geografiche, sociali e umane periferiche (la noiosa Sacramento, una famiglia in affanno occupazionale ed educativo), una protagonista “obbligatoriamente” borderline (spigolosa ma fragile, insoddisfatta ma tenera, ribelle dichiarata fin dalla sua rossa capigliatura), situazioni grottesche puntellate da dialoghi inaciditi (fin dall’incipit del film, con madre e figlia a battibeccare in auto). Allergica ad ogni forma di presunta omologazione, la diciassettenne di Lady Bird appare forzatamente “obliqua”, con le sue asprezze sgarbate e le sue dissonanze palesi esibite con un distacco ironico che il teen-movie della Gerwig vorrebbe attingere al miglior Woody Allen, ma che si dissolve, in realtà, in una serie di “quadretti” da situation comedy, accostati uno all’altro e non sostenuti da una sceneggiatura adeguata.

Così, con una loquacità ispida, provocatoria e rivendicativa, seppur bilanciata da una genitorialità paterna accondiscendente e protettiva, Lady Bird sfiora soltanto, senza approfondirli, temi delicati e decisivi: il peso della responsabilità genitoriale, i desideri affettivi adolescenziali, la separazione dalla propria famiglia d’origine. L’intenzione, in ogni sequenza, è di contenere insieme buffoneria e amarezza, leggerezza e profondità. Ma l’aria sbarazzina e imbronciata, da simpatica disadattata, di Christine/Lady Bird da sola non basta. Tranne, forse, per quel pubblico che, tra dissidi e riconciliazioni, naviga intorno ai diciott’anni.

 

LADY BIRD
Regia: Greta Gerwig
Interpreti: Saoirse Ronan, Laurie Metcalf, Tracy Letts, Lucas Hedges, Timothée Chalamet
Nazionalità: Usa, 2017
Durata: 93′

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Sull'autore

Paolo Perrone

Paolo Perrone

Giornalista professionista, autore per Le Mani di "Quando il cinema dà i numeri. Dal mathematics movie all'ossessione numerologica", ha scritto numerosi saggi sul cinema e collaborato con alcuni dei più autorevoli periodici russi. È membro di giuria dei David di Donatello.