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Le storture della distribuzione che fanno male al mercato
Quali criticità secondo la relazione annuale 2017 del Garante per la Concorrenza

Spesso caricati di attese eccessive e auspicati come risolutori di storture esistenti sul mercato, gli interventi dell’Autorità Garante per la Concorrenza riguardanti il settore cinematografico spesso si rivelano poco incisivi. Almeno negli ultimi anni: perché giusto una ventina di anni fa, un’istruttoria contro i cinema della città di Milano fece rumore e causò numerose sanzioni. Successivamente, alcune indagini su posizioni dominanti in singole città provocarono interventi – per quanto parziali – che crearono agitazione (o speranze…). Ma la cosiddetta “legge Franceschini” – o meglio la Legge 14 novembre 2016, n. 220, su “Disciplina del cinema e dell’audiovisivo” – ha cassato molte norme preesistenti. Così, dall’1 gennaio 2017 sono venuti meno anche gli obblighi di notifica all’Autorità delle operazioni di concentrazione a seguito delle quali si fosse superata, nel campo della distribuzione o dell’esercizio cinematografico, la quota del 25% non solo a livello nazionale, ma anche in una sola delle dodici città capozona (Roma, Milano, Torino, Genova, Padova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari e Catania); quota che le norme precedenti appunto istituivano. In alcune zone bastava aprire un nuovo multiplex o rilevarne uno già esistente per spostare gli equilibri (e magari essere costretti a lasciarne un altro già presente nella stessa area). Al momento, nella nuova legge, di ciò non si fa cenno.

È una delle sottolineature della relazione annuale 2017 del Garante, presentata nel mese di luglio, che ha dedicato il V capitolo a “La concorrenza nel settore della distribuzione cinematografica”. Meno di trenta pagine che compongono una “fotografia dell’esistente”, con indicazione di alcune criticità.

Qualche cenno sul panorama esistente

La relazione sintetizza il quadro normativo attuale e descrive come si struttura in Italia la distribuzione cinematografica, tra operatori nazionali, distributori locali (o agenti regionali) ed esercizi cinematografici, cui si aggiungono talvolta – tra agenti ed esercenti – i programmatori, che possono essere anche agenti o gestori di sale. Con linguaggio complesso solo per chi non conosce la materia, si descrivono i meccanismi con cui chi produce un film lo affida a un distributore nazionale – che spesso è anche produttore – il quale a sua volta attraverso i propri agenti regionali lo propone alle sale. I distributori nazionali sono di tre tipi: sedi italiane di major Usa, distributori non indipendenti (ovvero, legati a broadcaster tv: 01/Rai, Medusa/Mediaset, Vision/Sky) e distributori indipendenti. Le agenzie regionali, che ricevono il mandato per la rispettiva regione o macroregione, sono quasi sempre piccole aziende (ma alcune sono presenti in più regioni) dalla presenza strategica e influente nel mercato. Infine, gli esercizi cinematografici si dividono tra grandi circuiti (Uci e The Space, che nel 2016 controllavano rispettivamente il 21% e il 19,2% del mercato sala), un circuito anomalo come Unici (che controlla il 13%: ma relazione non spiega che si tratti di un consorzio di aziende che non mettono in comune la programmazione bensì solo gli acquisti e le politiche di marketing), e un “peso medio” ma molto presente in alcune città come Circuito Cinema (5,6%). A questi si aggiungono circuiti con percentuali minori ma forti in singole realtà regionali o con alcune importanti strutture (Ferrero, Stella, Quilleri, Cinelandia, Starplex e De Laurentiis, con quote che vanno dal 2,2% allo 0,4%). Complessivamente i circuiti coprono due terzi del mercato (66%), lasciando un terzo esatto (il 33%) a proprietari e gestori fuori da circuiti. Ma in un trend che li vede progressivamente in calo. Il motivo è duplice: da un lato i circuiti accedono con facilità al prodotto e possono trattare, da posizione di forza assoluta o relativa, condizioni di noleggio migliori con i distributori (in genere per la prima settimana pari al 52% per l’esercente, poi a crescere); dall’altro, gli esercenti indipendenti «sono soggetti al potere di mercato degli agenti, i quali sono in grado di determinarne il successo in base ai noleggi accordati». Oltre tutto in un mercato soggetto alle oscillazioni del prodotto e comunque “piatto”, se non in crisi.

Le criticità emerse

La relazione mette più volte in primo piano il problema dell’accesso al prodotto per le sale indipendenti, a causa del forte potere degli agenti regionali che scelgono a chi dare i film di nuova uscita in base a rapporti consolidati nel tempo, o favorendo soggetti con cui ci sono «legami di tipo societario o famigliare». In questi casi gli agenti possono rifiutare la fornitura di prodotto o fissare condizioni decisamente differenti, dalle percentuali di noleggio agli obblighi di tenitura (pesanti per le monosale), «in grado di alterare gravemente le dinamiche concorrenziali» e generando «comportamenti escludenti, di sfruttamento o di ritorsioni da parte di esercizi non integrati» con essi.

Il passaggio al digitale doveva assicurare maggior accesso in virtù dei minori costi. Ma così non è, per l’abuso del minimo garantito – un tempo giustificato proprio per i costi della pellicola, mentre con il digitale i costi sono decisamente inferiori: 130 euro circa a copia – ormai anacronistico e scorretto, come pure per altre richieste. Come il cosiddetto block booking, che impone il noleggio di film minori per assicurarsi quelli di maggiore importanza. Obblighi non espliciti, anche perché formalmente attuati con accordi separati; ma con prassi consolidate. A volte a ciò si aggiunge la clausola, a discrezione, della penale per uno “smontaggio” anticipato di in film di scarso successo.

Elevati livelli di concentrazione

Il Garante sottolinea i «livelli di concentrazione elevati», all’interno di ogni singola zona, che ogni agente regionale detiene, esistendone al massimo tre o quattro per città capozona. Potendo contare sui listini di più distributori, ogni agenzia nell’area di riferimento potrà condizionare le programmazioni dei cinema (e anche i destini dei singoli film, aggiungiamo noi). Dovendo fare gli interessi del distributore nazionale, e guadagnando a provvigione (dal 3 al 10% sul fatturato di un film), sarebbe suo interesse un allargamento – ragionevole – di certe uscite; cosa che, invece, non sempre avviene, tanto che alcuni titoli spariscono da intere aree regionali.

Le barriere d’ingresso

Tra le altre questioni sottolineate dalla relazione ci sono le barriere di ingresso nell’aprire nuovi esercizi, considerando che la normativa ha riportato alle Regioni la competenza sulle autorizzazioni; ma anche gli accordi complessivi tra distributori nazionali e broadcaster tv per lo sfruttamento successivo alla sala, che premiano chi ha ottenuto maggiori presenze nei cinema. Qui il Garante sfiora solo l’argomento, ma sembra alludere a possibili forzature (tanti film escono nei cinema, intasando gli spazi, con l’unico obiettivo di uno status da spendersi poi nei passaggi successivi). Quanto all’integrazione verticale, cui pure la relazione accenna in più punti, non sembrano così significativi ormai i casi esistenti sul mercato: Warner e Medusa sono usciti da anni dall’esercizio, solo Lucky Red rimane con una forte quota in Circuito Cinema che comunque ha presenza geografica relativa.

La discrezionalità dei distributori con mandato in esclusiva

Piuttosto, come già detto, «diversi agenti regionali controllano o sono proprietari di cinema» o hanno «legami di tipo societario o famigliare» in singole aree (con strozzatura in particolare in regioni come Basilicata, Campania, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana e Triveneto: metà del Paese…). Ma, a dir la verità, non occorrono nemmeno le pur esistenti situazioni di questo tipo per spiegare il condizionamento delle agenzie. Che è oggettivo, quando un distributore regionale ha il mandato in esclusiva del prodotto dei principali distributori nazionali. Ed essendo totalmente discrezionali le sue scelte nell’allocazione del prodotto, che non diventi abuso dipende dalla correttezza dei singoli operatori. Ma le conseguenze, sull’esercizio indipendente, possono essere gravi: non poter offrire film di richiamo mette a rischio la sopravvivenza di tali cinema.

Articolo pubblicato in SdC – Sale della Comunità n.5/18

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Sull'autore

Antonio Autieri