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UN LEONE D’ORO DALLA PARTE DEI PIÙ DEBOLI
Panoramica di Venezia 74 nell'ultimo numero di Filmcronache

leone d'oro venezia 74

La vittoria di The shape of water di Guillermo Del Toro alla 74ª Mostra del cinema: un omaggio intimo e spettacolare agli ultimi e agli emarginati. Il Gran premio della giuria a Foxtrot di Samuel Maoz e il Premio per la migliore sceneggiatura a Three billboards outside Ebbing, Missouri di Martin McDonagh sottolineano il valore di un concorso eccellente 

“Più che l’istantanea del presente, o la foto-ricordo della stagione del cinema che stiamo vivendo, i film che proponiamo sono in certo qual modo la percezione del futuro, l’indicazione di una o, meglio, più vie che si aprono sul domani. Testimoniano una rincorsa in avanti, scrutano l’orizzonte per avvistare un ‘dopo’”. Nelle intenzioni, almeno stando alle parole del direttore Alberto Barbera, la Mostra di Venezia 2017 intendeva guardare avanti, alla ricerca di nuovi autori, nuovi canali espressivi, nuovi meccanismi spettacolari. “Abbiamo rinunciato a perseguire un modello di cinema d’autore che forse appartiene al passato”, aveva aggiunto Barbera presentando alla stampa il cartellone della rassegna lagunare, “oggi è in atto una rivoluzione generazionale e un festival deve guardare al futuro. Dietro alla selezione di quest’anno c’è infatti l’idea di scommessa, a cominciare dalla realtà virtuale”.

Alla riprova dei fatti, dal 30 agosto al 9 settembre l’edizione numero 74 della Mostra ha espresso, al Lido, uno sguardo generale carico di forti suggestioni narrative e una vasta gamma di registri espressivi. Aprendosi certamente al futuro con la sezione (competitiva) del Venice virtual reality, impreziosita dalla presenza di autori/artisti di richiamo come Laurie Anderson e Tsai ming-liang, ma arretrando in non poche occasioni il proprio orizzonte diegetico al passato, all’interno dei ventuno lungometraggi in gara per il Leone d’oro, con evidenti richiami al presente. L’intera selezione del concorso, in ogni caso, è apparsa davvero significativa, come non accadeva da parecchi anni, distanziando di molte spanne, in fatto di qualità, il programma del Festival di Cannes dello scorso maggio. E se la trentina di premi assegnati complessivamente dalla Mostra nelle sue varie sezioni continua a lasciare perplessi (ridurre i riconoscimenti significherebbe rimarcare ulteriormente il peso delle proprie migliori scelte), va sottolineato come la dimensione logistica della rassegna lagunare abbia ormai trovato, con le ristrutturazioni e l’ampliamento delle sale e la valorizzazione degli spazi esterni, una sua piena realizzazione.

Come sottolineato dal presidente della Biennale, Paolo Baratta, “la cittadella del cinema al Lido va completando la sua rinascita. Il cubo rosso è come un sigillo di questa rinascita. E come tale completa i palazzi circostanti che tutti ci ricordano tappe decisive della storia della Mostra: il terrazzo dell’Excelsior fu sede delle prime Mostre, il Palazzo del cinema del ‘37 fu la prima sala al mondo concepita per un festival cinematografico, la nuovissima sala Darsena corona oggi l’arena all’aperto che a suo tempo fu simbolo dell’apertura al pubblico della Mostra, il Casinò, acquisito definitivamente al festival nel 2000, simboleggia un programmato nuovo rapporto con la stampa mondiale. Grazie all’impegno del Comune di Venezia il piazzale antistante il Casinò e la Sala Grande è stato quest’anno completamente rinnovato. E al Casinò saranno dedicate altre risorse nell’immediato futuro per ulteriori adeguamenti e rinnovi”.

Da Venezia agli Usa: il cinema che sfida Trump

Se c’è un messaggio che la 74ª Mostra di Venezia ha lanciato dagli schermi del Lido, questo messaggio è partito dagli Stati Uniti, è stato tutt’altro che accondiscendente verso le scelte politiche odierne del Paese ed è stato indirizzato, indirettamente, proprio all’attuale inquilino della Casa Bianca, Donald Trump.

Non è un caso che quattro dei nove film in gara targati Usa o ambientati negli States, anche se di altre nazionalità, abbiano visto scricchiolare il ‘sogno americano’ e rimesso in discussione le linee programmatiche del ‘restringimento di campo’ su cui si sta muovendo su molti fronti l’Amministrazione Trump. Se Downsizing di Alexander Payne, il film d’apertura di Venezia 74, attraverso la storia di un ordinary man che accetta di rimpicciolirsi a pochi centimetri d’altezza per salvaguardare le risorse energetiche della Terra, rimprovera agli Stati Uniti la mancanza di sensibilità green e scarse tutele ambientali, Suburbicon di George Clooney, commedia nera intrisa di corrosivo humour, appare sorretta da un lucido sguardo civile e sociale.

Ambientato nel 1959 in una idilliaca cittadina che ricorda la Seaside di Truman Show, dove tutto sembra perfetto fino a quando a prendere casa è la prima famiglia di colore su una popolazione interamente di pelle bianca, Suburbicon riflette temi, vocazioni e slanci democrats del Clooney regista (al suo sesto lungometraggio dietro la macchina da presa) e degli sceneggiatori, i fratelli Coen, autori dello script insieme allo stesso Clooney e a Grant Heslow. Suburbicon mette in parallelo le violente tensioni razziali che si accendono nel placido sobborgo in Pensylvania e la deriva criminale di una famiglia apparentemente irreprensibile, con un marito e padre modello (interpretato da Matt Damon) a perdere progressivamente il controllo della situazione. Tra irruzioni notturne, ricatti, vendette e omicidi, il mito dell’american way of life vacilla e si incrina, sulla spinta di personaggi pericolosi ma inetti, astuti però maldestri. La mano dei Coen si sente, le atmosfere del film rimandano a pellicole grottesche come Fargo e Burn after reading, l’aderenza ad un genere, il noir, si tinge di colorazioni surreali, la consueta galleria dei ‘perdenti nati’ si allarga qui anche alla cognata del protagonista (interpretata da Julianne Moore), mentre al nipotino preso in consegna dalla zia viene affidato, insieme alla sconfitta degli adulti, prigionieri dei loro malsani egoismi, il peso morale di scelte decisive per il futuro: la responsabilità di un gesto di pace per un’armonica convivenza tra le razze, uno spazio aperto alla speranza nel cuore malato della società americana di ieri e, lascia intuire Clooney, anche di oggi.

Il Leone d’oro della 74ª Mostra di Venezia, poi, The shape of water di Guillermo Del Toro, collocato poco più avanti negli anni rispetto a Suburbicon, al tempo della ‘guerra fredda’, ripone nel contesto storico in cui si snoda la vicenda (come già nel superlativo Il labirinto del fauno) un sottotesto sociale e politico ben marcato. Intimo e spettacolare al tempo stesso, riedizione in chiave dark de La bella e la bestia, The shape of water è un fantasy romantico che si propone al grande pubblico mantenendo però vivissima la cifra autoriale del regista messicano. Un film che, raccontando con piglio visionario l’insolita love story tra la muta donna delle pulizie di un laboratorio segreto di Baltimora (la convincente Sally Hawkins), dove si svolgono esperimenti top secret, e il misterioso uomo-pesce che vi è recluso sotto copertura governativa, si dichiara apertamente dalla parte degli ultimi, degli esclusi, degli emarginati. Non solo la tenera protagonista, orfana e sprovvista di parola, ma anche altri due borderline: una collega afroamericana della giovane e l’anziano artista pubblicitario coinquilino della stessa, entrambi non indifferenti al suo handicap e disposti ad assecondare il suo amore per la creatura anfibia con un rischioso impegno in prima persona. Quella creatura del mare, dalle fattezze umane ma interamente ricoperta di squame, che il governo americano vuole sfruttare come cavia nella corsa allo spazio. E che guarda la giovane donna per quello che è davvero, con disarmante curiosità, senza compatimento alcuno, con vibrante, empatica sintonia.

Nell’insistenza con cui Del Toro mostra la paranoica aggressività del responsabile della sicurezza del laboratorio scientifico (interpretato da un graffiante Michael Shannon) riecheggia quella caccia ad ogni potenziale nemico degli Stati Uniti che ha contrassegnato gli anni Cinquanta e Sessanta, ma si intravvedono nitidamente anche le derive dell’America contemporanea, ben poco protesa verso i ‘gradini’ più bassi della scala gerarchica sociale. Lo stesso Del Toro, d’altronde, lo ha confermato nelle interviste rilasciate al Lido: “Il film è ambientato nel 1962, ma parla di oggi e affronta temi di grande attualità. Quando si usano slogan come ‘facciamo di nuovo grande l’America’ ci si riferisce a quell’America lì, piena di promesse e di fiducia nel futuro, ma profondamente sessista, classista e razzista come quella dei nostri giorni. Quando Kennedy venne ucciso gli Stati Uniti persero, insieme al sogno di Camelot, l’innocenza. Sono messicano e quindi so cosa vuol dire essere visto come l’’altro’: la creatura anfibia di The shape of water, dunque, può essere divina o bestiale a seconda degli occhi di chi la guarda”.

Di soprusi in divisa, discriminazioni sociali e mancanza di giustizia parla anche Three billboards outside Ebbing, Missouri del drammaturgo irlandese Martin McDonagh. Un film, il più applaudito al Lido e ineccepibile vincitore del Premio per la migliore sceneggiatura, che picchia duro sulla società americana di oggi e sulle sue deviazioni neorazziste, mettendo in riga con un’ironia nerissima l’applicazione personalistica della legge nel Paese del Patriot act. Sorretto da dialoghi ruvidi e aspri ma intinti in un humour al vetriolo, Three billboards outside Ebbing, Missouri racconta di una donna rude e coraggiosa (l’efficacissima Frances McDormand), la cui figlia è stata uccisa dopo aver subito violenza da uno sconosciuto, la quale cerca con ogni mezzo di scuotere la polizia locale dall’apatia, chissà quanto strategica, che sembra impedire la svolta alle indagini, sei mesi dopo il delitto, e la cattura dell’assassino.

Brusco, tagliente, profondo, il film di McDonagh è stato fino alla vigilia della cerimonia di premiazione uno dei titoli favoriti nella cosa al Leone d’oro. Stesso plauso e stesse aperture di credito alla vittoria finale riservati a Ex Libris: New York public library, con cui il più importante documentarista vivente, l’87enne Frederick Wiseman, omaggia la storica biblioteca della Grande Mela, luogo fondamentale per la formazione culturale e la coesione sociale dei newyorkesi. Un film-fiume di tre ore e un quarto che bene illumina uno spazio aperto ad ogni credo e a ogni persona. Non un semplice “deposito di libri”, come viene detto nel documentario, bensì un centro educativo e filantropico moderno e tecnologico che si fa spina dorsale di un Paese. Anche avviando alla lettura, e dunque ad una maggiore comprensione di sé e degli altri, immigrati, analfabeti, ipovedenti, bambini e homeless.

Cortocircuiti interiori e derive planetarie

Meno incisivi, rispetto ai titoli citati, gli altri due film statunitensi in gara al Lido, Mother! e First reformed. Il primo, firmato da Darren Aronofsky, porta sullo schermo un thriller psicologico in forma di apologo biblico che nella prima parte genera una suspence vicina alle atmosfere cupe di Hitchcock, De Palma e al Kubrick di Shining, ammiccando poi al Polanski di Rosemary’s baby e, infine, deragliando in un caos apocalittico in cui le metafore si addossano una sull’altra. Film controverso, volutamente disarticolato, disturbante e ammonitore ma, alla resa dei conti, prigioniero della sua stessa smisurata ambizione, Mother! comincia dall’intimità perturbante di uno scrittore in crisi ispirativa (Javier Bardem) e della giovane moglie (Jennifer Lawrence), nella cui casa sopraggiungono un misterioso medico (Ed Harris) e la sua conturbante consorte (Michelle Pfeiffer). Confinato nel perimetro dei torbidi rapporti interpersonali il film di Aronofsky funziona. Ma quando spalanca le porte ad una miriade di sconosciuti, scatenati fans dello scrittore, nuovamente in auge, innescando scenari da guerra civile e da fine del mondo, Mother! si ripiega fragorosamente sulle sue tetre simbologie, rimbombandole senza sosta per quasi mezz’ora. “Immagino che la gente si chiederà perché questo film sia caratterizzato da una visione così pessimistica”, ha detto Aronofsky a Venezia. Precisando: “Hubert Selby Jr., l’autore di Requiem for a dream, mi ha insegnato che è possibile vedere la luce solo guardando negli angoli più oscuri di noi stessi. Mother! ha inizio come la storia di un matrimonio, con al centro della trama una donna alla quale viene chiesto di dare, dare e ancora dare fino a quando non le resta più nulla. Alla fine la storia non è più in grado di contenere la pressione che sta ribollendo al suo interno. Diventa qualcos’altro che è difficile spiegare e descrivere”. Esattamente ciò che ha avvertito la maggior parte della critica internazionale al Lido.

Sicuramente più compatto First reformed di Paul Schrader, con Ethan Hawke nella parte del pastore di una piccola chiesa perennemente vuota. Ex cappellano militare, devastato dalla perdita del figlio che egli stesso aveva incoraggiato ad arruolarsi nelle forze armate, il reverendo è travagliato da un forte dissidio spirituale, e la sua fede viene ulteriormente messa alla prova quando una giovane e il marito, ambientalista radicale, si rivolgono a lui chiedendogli aiuto. Dramma di un’intera comunità di fedeli. First reformed ruota attorno ai temi cari al regista e sceneggiatore statunitense, la colpa e la redenzione, avviando una riflessione in immagini che individua vie non così distanti dalle (presunte) prerogative di Mother! (gli egocentrismi estremi nutriti di una violenta ribellione oppure l’annullamento individuale nel nome dell’amore e della compassione), ma anche in questo caso allinea con eccessiva libertà cortocircuiti interiori (ritrovare la fede provando a rimediare ai torti subiti da tante persone) e derive planetarie (il pensiero che il mondo stia per essere distrutto da grandi e spietate corporation).

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