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LETTURE: Lo sguardo aperto. Dieci film sulla misericordia

(questo articolo di ALESSANDRO ZACCURI è stato pubblicato nel n.1/16 della rivista SdC – Sale della Comunità)

 

Arte del visibile per eccellenza, il cinema è anche una porta socchiusa sull’invisibile. Per rendersene conto non occorre risalire alla stagione, ormai remota, di grandi maestri come Carl Theodor Dreyer o Robert Bresson, ma è sufficiente soffermarsi con attenzione e sensibilità adeguate sulla produzione recente o addirittura recentissima, all’interno della quale – analogamente a quanto accade in letteratura e nelle arti visive – il ricorso al linguaggio e alle categorie della teologia si verifica con un’insistenza tale da provocare e sollecitare l’esercizio dell’intelligenza cristiana. Un eccellente esempio di questa interpretazione spirituale della cinematografia contemporanea è offerto dai contributi che don Gianluca Bernardini, presidente Acec della Diocesi di Milano, e Arianna Prevedello, responsabile dei progetti per la Pastorale della comunicazione della Diocesi di Padova, hanno riunito in Lo sguardo aperto (Centro Ambrosiano, pagine 112, euro 8,90, prefazione di don Adriano Bianchi), un piccolo libro che può essere utilmente impiegato come sussidio nei percorsi dell’Anno Santo della Misericordia, ma che rivendica un’originalità e una profondità tali da esulare dall’immediata applicazione pastorale.

Tre protagonisti religiosi

Dieci film in tutto, compresi nel biennio 2013-2015 e già transitati per le sale italiane, a volte con un buon riscontro, a volte con un successo solo di stima. Non sempre si tratta di vicende nelle quali la religione gioca un ruolo evidente e, anzi, è in questi casi che il rapporto con la misericordia sembra farsi più accidentato. Così accade per esempio in Calvario dell’irlandese John Michael McDonagh, la cui analisi è affidata a Raffaele Chiarulli, e così accade a maggior ragione in Kreuzweg – Le stazioni della fede del tedesco Dietrich Brüggemann (se ne occupa la stessa Prevedello), oltre che, in misura minore, in Marie Heurtin del francese Jean-Pierre Améris (la scheda è di Tiziana Vox): tre film che hanno per protagonisti figure di sacerdoti, religiosi e religiose, tratteggiate anche con durezza, senza tuttavia mai precludere una via di fuga verticale. Che sia in questione il prete tormentato – e ingiustamente minacciato – di Calvario o la congregazione rigorista fino al fanatismo di Kreuzweg, la misericordia riesce almeno parzialmente a rivelarsi, se non a dispiegarsi con pienezza come nella vocazione della giovane suor Marguerite, l’unica capace di affrontare la “ragazza selvaggia” Marie Heurtin.

Già questa sarebbe, in effetti, una traccia da seguire: sul grande schermo preti e suore non sono più quelli di una volta, ma proprio per questo la loro caratura sembra stagliarsi con più esattezza. Ancora più sorprendente è la scelta, da parte dei curatori, di film nei quali l’elemento religioso si annuncia in via quasi accidentale, in contesti altrimenti imprevedibili.

Due film ambientati nel mondo del lavoro

Dalla Francia, nella fattispecie, arrivano due storie ambientate nel mondo del lavoro, nelle quali l’appello alla misericordia deriva da un’adesione totale e incondizionata all’umanità dei personaggi. In Due giorni, una notte dei fratelli Luc e Jean-Pierre Dardenne, infatti, Marianna Ninni ravvisa l’urgenza di una redenzione che va al di là del desiderio di evitare il licenziamento incombente sulla protagonista (la bravissima Marion Cotillard), mentre Francesco Crispino rilegge con finezza la trama della Legge del mercato di Stéphane Brizé, individuando nella precarietà derivante dalla crisi economica un paradossale quanto toccante manifestarsi della misericordia per la sua stessa assenza.

La fragilità dei legami familiari

Non meno coinvolgente il versante dei legami familiari, rappresentato nello Sguardo aperto da uno dei titoli-rivelazione delle scorse stagioni cinematografiche, Forza maggiore dello svedese Ruben Östlund, sorta di commedia nera sulla fragilità di un padre che, davanti al pericolo, sceglie di salvare se stesso anziché sacrificarsi per i suoi. Un involontario smascheramento che, secondo la giusta osservazione di Paolo Perrone, è in realtà la premessa per una ritrovata e meglio motivata fedeltà domestica. Tocca invece a Simone Agnetti prendere in esame il bellissimo e perturbante Mommy dell’enfant prodige canadese Xavier Dolan, severa descrizione di un irrisolto rapporto fra madre e figlio da cui emerge, come in controluce, una rivisitazione della tradizionali “opere di misericordia”. Ed è un bene che, in questo contesto, Alessandro Cinquegrani possa soffermarsi su un film italiano solo fuggevolmente intravisto in sala, Per amore vostro di Giuseppe M. Gaudino, nel quale la classica situazione del tradimento coniugale si trasforma in un cammino di redenzione anche attraverso la rielaborazione delle pratiche e dei linguaggi tipici della pietà popolare. Allo stesso modo, nello Sguardo aperto viene opportunamente rivalutato l’esigente Io sono Mateusz del polacco Maciej Pieprzyca, una vicenda di disabilità estrema nella quale Patrizia Parodi ha modo di scorgere l’irrompere di un’improvvisa, travolgente bellezza.

Il perdono, tema centrale

Quanto al perdono (l’esito supremo della misericordia, sul quale insistono i contributi introduttivi di padre Guido Bertagna e dello psicologo Eodardo Tallone), è il tema centrale di Ritorno alla vita di Wim Wenders, film essenziale ed esatto che segna il ritorno del maestro al cinema d’invenzione e che, nella disamina dello stesso Bernardini, si impone come punto d’approdo di una controversa ma non impossibile riconciliazione.

 

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Tiziana Vox