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MADE IN ITALY (Luciano Ligabue)
Un nuovo ritratto di provincia per il ritorno al cinema del rocker emiliano

MADE IN ITALY

Nei pressi di Reggio, proprio sulla via Emilia, l’operaio quarantacinquenne “di salumi” Riko naviga a vista con un lavoro precario, una moglie bella e annoiata, un figlio adolescente che non comprende più, e una cerchia di amici coetanei e raminghi di cui diventa suo malgrado emblema e portavoce. Il malessere è tangibile, il desiderio di migliorarsi pure ma con evidenza mancano le forze, e certamente gli entusiasmi degli anni passati.

Come sono arrivato qui? Cosa ci faccio qui?”. Ecco le domande esistenziali per situazioni di ordinaria provincia, ecco il filo conduttore di Made in Italy, nuova fatica cinematografica della rockstar nazionalpopolare Luciano Ligabue, che torna dietro alla macchina da presa dopo l’opera seconda Da zero a dieci firmata nel 2002 che a sua volta seguiva l’esordio Radiofreccia del 1998. Diversi anni di esperienza ma anche di affaticamento in termini di freschezza ed entusiasmo rispetto alla voglia di fare il cinema. E ciò si sente, nel bene e nel male. Di Made in Italy, titolo desunto dall’omonimo concept album già assaporato dai fan da novembre, si sente distintamente la genuinità che ha guidato le intenzioni del progetto: la voglia di filmare una “lettera d’amore” all’Italia raccontando di essa un universo-mondo ben noto all’artista, ovvero la provincia emiliana, nella fattispecie reggina; da quell’humus fertile di microstorie e musicalità, Ligabue estrae alcuni personaggi emblematici nonché simbolici. Nulla infatti si può dire di inappropriato rispetto ai personaggi messi in scena: verosimili a modelli di realtà così vicini al “modo di stare insieme” tipico dell’italica gente, sempre impegnata nell’arte d’arrangiarsi dentro al purgatorio della precarietà (che può diventare l’inferno del licenziamento) senza perdere di vista il godimento della vita. La coppia, il lavoro, la convivialità, ma anche il lutto, la separazione, la depressione e la seguente guarigione che può comportare un allontanamento dai luoghi natii: ecco gli ingredienti semplici e complessi di Made in Italy, “concettualmente” impeccabile ma “cinematograficamente” assai confusamente messo in scena. Gli elementi di debolezza dell’opera terza del rocker di Correggio risiedono appunto nell’assemblaggio degli aspetti narrativi e drammaturgici, malamente armonici fra loro e non sempre plausibili in sede di scrittura e conseguente regia. Anche i personaggi, per il Liga evidentemente emblematici come si diceva, sono vittima di una distonia intrinseca proprio laddove si esprimono con un linguaggio che chiaramente non può appartenere alla “semplicità” sociale e sociologica che li caratterizza; in altre parole è difficile (impossibile) trovare così tanti filosofi e maestri di retorica fra gli operai o i precari, senza nulla loro togliere in termini di raffinatezza di pensiero e raziocinio. In definitiva, Made in Italy resta un buon lavoro sulla carta e in musica ma purtroppo estremamente carente sul grande schermo.

MADE IN ITALY
Regia: Luciano Ligabue
Con: Stefano Accorsi, Kasia Smutniak
Italia 2017
Durata: 104′

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Sull'autore

Anna Maria Pasetti

Anna Maria Pasetti

Milanese, giornalista e critico cinematografico, collabora con Il Fatto Quotidiano, Vivilcinema e altre testate. Laureata in lingue con tesi in Semiotica del cinema all’Università Cattolica ha continuato gli studi in Film Studies al Birkbeck College (University of London). Dal 2013 al 2015 è stata selezionatrice della Settimana Internazionale della Critica di Venezia. Si occupa in particolare di “sguardi al femminile” (seleziona per il concorso del festival Sguardi Altrove) e di cinema & cultura dalla Gran Bretagna.