Ai miei tempi Rubriche

I muscoli del manovale e la delicatezza dell’orologiaio
Cronache di una sala della comunità nella provincia degli anni Sessanta

Quando gli chiediamo aneddoti legati alla storia della sala San Pio X di Cartigliano (VI), Nidio Grego è un fiume in piena, proprio come il Brenta quando s’ingrossava per la pioggia producendo la “Brentana”, e costringendo suo padre e suo zio a inventarsi i modi per recuperare le pellicole e portarle nel cinema del piccolo borgo. «Potrei scrivere un libro», ci confessa. E gli crediamo. Il sapore sarebbe quello croccante di alcuni racconti di Giovannino Guareschi, ritrattista di una provincia italiana degli anni Sessanta non ancora travolta dalla modernità del boom.

Proprio da un racconto della serie Mondo Piccolo sembrano provenire alcuni dettagli, che raccontano di piccoli eroici uomini che sfidano le alluvioni per tener fede con tenacia a una missione. Per trasportare il cassone di legno contenente i film, i due inventivi operatori avevano modificato una bicicletta da donna («eh sì, perché il tubo centrale di una bici da uomo avrebbe complicato le operazioni e i movimenti…») adattando un portapacchi molto grande e rinforzando le forcelle.

Altri tempi. «Ma anche le bici erano diverse da adesso. Allora venivano costruite già molto robuste perché nei nostri paesi servivano per fare tutto. Se dovessi caricare una casa come quella su una bici attuale la distruggerei prima di fare 5 metri…». Forse i più giovani non sanno quanto si lavorasse duro nella fabbrica dei sogni. «Anche quando la corriera aveva sostituito le biciclette», precisa Nidio, «bisognava poi trasportare le casse dalla fermata al cinema. Erano solo 200 metri ma comunque serviva che io le caricassi su un carrettino a due ruote».

L’ultimo sforzo, quello di portare le pellicole in cabina, arrivava come l’erta finale in una tappa di montagna del Giro d’Italia: «C’erano da salire ancora rampe di scale di 50 gradini su 7 metri d’altezza. Bisognava essere per forza in due, con tanto di maniglie adatte per non farsi sfuggire di mano il cassone». Il volontario della sala della comunità, quindi, molto più che adesso, doveva avere il fisico adatto.

«Mio zio faceva l’elettricista, mio padre il muratore ma all’epoca era la vita che ti forgiava. Attualmente quando faccio queste stesse scale con 61 anni sulle spalle e con un semplice DCP in mano (che pesa solo 300 g), il mio pensiero torna spesso indietro a quei tempi e a volte, guardando le patenti originali del papà e dello zio [quelle che certificavano la loro competenza come responsabili della sala] mi sale la commozione…».

Oltre che i muscoli del manovale, chi lavorava in cabina di proiezione doveva avere anche la delicatezza dell’orologiaio, come quando le molteplici proiezioni richiedevano un gran lavoro di controllo durante gli avvolgimenti delle pellicole. «Non si trattava solo di passarle da una bobina all’altra girando la famosa manovella ma era necessario quello che potremmo chiamare un “ripasso” vero e proprio dello stato».

Nidio descrive emozionato mansioni che esistono ormai solo nella memoria di certi appassionati: «Le pellicole in celluloide di quei tempi, per la loro fragilità, erano soggette facilmente a usura, in particolare davano noia le screpolature laterali che dovevano essere “scantonate” con abilità, per evitare strappi durante la proiezione». Poi spiega cos’era il “ripasso”: «Si trattava di controllare la pellicola prima della proiezione, avvolgendola lentamente con la mano destra e facendola scorrere tra il pollice e l’indice della mano sinistra. La presenza di un difetto era segnalata dal cosiddetto “saltino”. Trovata l’imperfezione, bisognava verificare di poter “scantonare”, cioè fare una semplice rifinitura con le forbici».

E se il danno era più grave? «Se si notava un taglio profondo, era necessario invece fare una giunzione. Esisteva un famoso kit a disposizione: oltre alle forbici, c’erano l’acetone e della carta vetrata finissima». Un lavoro meticoloso per cui ci voleva occhio: «Ma anche e soprattutto orecchio, perché se c’erano dei difetti, li si sentiva durante la proiezione. E vicino al proiettore avevamo sempre delle strisce di carta da mettere in mezzo alla pellicola quando si faceva il riavvolgimento, in modo da aiutare a individuare la zona danneggiata prima dell’utilizzo successivo». Il cinema era un sogno con un peso e una consistenza, come i prodotti degli artigiani di ieri, che avevano il profumo delle loro botteghe e il sapore delle loro vite.

2 – continua

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Sull'autore

Raffaele Chiarulli

Raffaele Chiarulli

Guido un workshop di critica cinematografica presso l’Università Cattolica di Milano e insegno cinema dalle scuole materne alle università della terza età.