Sale della Comunità - Immagini irrevocabili
SETTE OPERE DI MISERICORDIA di Gianluca e Massimiliano De Serio
una riflessione del cardinale Angelo Scola


Il titolo di questo film, opera prima di due giovani piemontesi, i fratelli Gianluca e Massimiliano De Serio, si rifà alle sette opere di misericordia corporale in base alle quali saremo giudicati, secondo il famoso passaggio del vangelo di Matteo: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito …».
Il riferimento è esplicito – le sette opere scandiscono, come titoli di altrettanti capitoli, il ritmo della vicenda narrata – anche se, all’inizio, scandalosamente “per contrasto”.  «Il film – sottolinea infatti uno dei due autori – si costruisce sullo scarto tra enunciazione e realizzazione dell’opera di misericordia. Poi questa divaricazione diventa sempre meno evidente e più rarefatta, fino ad assottigliarsi completamente».
Luminita (cioè piccola luce) è una giovane clandestina moldava, decisa a tutto pur di fuggire dalla baraccopoli alla periferia di Torino in cui vive. Per farlo ha bisogno di soldi e di una nuova identità. Nel perseguire il suo piano, che prevede la vendita di un neonato, si imbatte in Antonio, un anziano malato, costretto a farsi ricoverare periodicamente in ospedale e a vivere in condizioni di semidegrado.
Due “vinti” in disperata lotta l’una contro l’altro per la sopravvivenza. Luminita, lo sguardo di un animale braccato e Antonio, un’umanità dolente, scavata dalla solitudine e dalla malattia. L’incontro-scontro tra i due passa dall’iniziale sopraffazione, in cui tutta l’energia della giovinezza di lei sembra avere la meglio sulla debolezza sfinita della sua vittima, al progressivo prendersi cura dell’altro, proprio nel suo corpo. Il corpo, infatti, è il sacramento di tutta la persona, come diceva con un’espressione inarrivabile il Beato Giovanni Paolo II.
Snodo decisivo della vicenda è la scena bellissima in cui la ragazza, muovendo avanti e indietro una pallina luminosa e cangiante davanti al neonato riesce a calmarne il pianto disperato. Quei singhiozzi, eco del dolore innocente, che si stemperano sempre più all’accendersi di una piccola luce, fanno emergere nella protagonista il misterioso, inaffondabile, residuo di bene presente in ogni uomo. Lo scontro tra Luminita e Antonio si fa incontro. Nel silenzio quasi assoluto parlano i gesti commoventi ed eloquenti della misericordia. Di questa il film ci regala più immagini irrevocabili. Scelgo quella forse più eclatante in cui Luminita sfiora con le dita, dopo averne delicatamente lavato la ferita, il buco della tracheotomia nella gola di Antonio. E mi sembra di coglierne una suggestione potente. Se accetta di stare di fronte alla ferita, la sua e quella dell’altro, l’uomo ritrova la sua identità, il suo essere per, e la decisione di viverlo, anche pagando di persona. La scena finale del film lo rivelerà.
 
Angelo Card. Scola
Arcivescovo di Milano
 
 
(L‘articolo è stato pubblicato sulla rivista SdC - Sale della Comunità di Marzo 2012)
 
 
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Ultimo aggiornamento di questa pagina: 03-LUG-12
 

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