"Bisogna credere nelle favole. Le favole hanno sempre accompagnato la storia dei popoli, hanno dato voce al pensiero dei semplici. Ci sono più verità nelle favole che in tante cronache dettagliate dei fatti o nei giudizi approfonditi degli esperti. Le favole aiutano tutti a capire: anche i più sprovveduti. Molto meglio di certe dotte spiegazioni. Nelle favole, tutto è dichiarato e ciascuno di coloro che agiscono è riconoscibile per quel che è. Ci sono i buoni o cattivi. I buoni non vengono mai considerati degli ingenui sempliciotti, né tanto meno etichettati di ‘buonismo‘. I cattivi molto spesso si redimono e i più malvagi vengono puntualmente castigati. Nelle favole la giustizia trionfa sempre. Come l‘amore. Le favole sono i sogni dell‘infanzia che affronta il mondo e già si immagina nel futuro. Ma sono anche i sogni degli adulti per far sopravvivere la speranza. Nei momenti difficili, quando avanza il buio della notte o dei cattivi presagi, non dimentichiamoci delle favole: aiutano a sconfiggere le ombre della paura e dare fiducia nell‘attesa del mattino che verrà."
Abbiamo scelto di lasciar parlare lo stesso Olmi per presentare la sua ultima favola di celluloide: Cantando dietro i paraventi. Una favola ambientata in una Cina di magico realismo, in cui il perdono, ovvero la pace attiva, sconfigge la logica di annientamento della guerra. Un‘utopia, forse, o appunto una favola: «Esiste, purtroppo, un discorso continuato ed interrotto, più o meno minaccioso nei tempi, che è quello della guerra» - ha dichiarato il regista a Paola Dalla Torre di "Avvenire" - «Oggi tutti sentiamo un‘inquietudine a cui non sappiamo dare risposta. Come reagire, allora? Non bastando le marce per la pace e le bandiere, mi sono rivolto alla favola, all‘apologo. La favola è, infatti, il regno dell‘utopia, dove tutto è possibile». Una favola che affonda le radici nella realtà: la vicenda raccontata dal film è basata su documenti conservati negli Archivi di Pechino, ?Memorie concernenti il Sud delle Montagne Meihiling?, e soprattutto sull'Opera del poeta cinese Yuentsze Yunglun, dedicata alla Piratessa Ching, pubblicata a Canton nel 1830. Questo racconto di perdono in un contesto di guerra ha valenza universale e interreligiosa: «Se non citassi le fonti cinesi di tutte le piccole frasi, sintesi di antica sapienza, dette nel film, queste potrebbero tranquillamente essere attribuite alla religione cristiana», ha detto ancora il regista di Il mestiere delle armi ad "Avvenire". Un racconto di lirica bellezza che si insinua tra realtà e teatro per portare lo spettatore sul palcoscenico della vita, una vita capace di nutrirsi di sacrificio e di trascendere la realtà senza speranza della guerra: favola, dunque, ma che origina e sfocia nella vita reale. A chi in conferenza stampa vedeva nella dicotomia tra i pirati "onesti" e i potenti che si affidano a una legalità fasulla dei rimandi all‘attualità Olmi ha risposto: «Accade da sempre che persone che hanno il potere utilizzino false legalità per i loro interessi. Noi cittadini abbiamo solo il dovere di far sapere che ne siamo consapevoli». Una missione civile che trae forza dalla bellezza delle immagini, tableaux variopinti fotografati con sapienza dal figlio del regista, Fabio Olmi.
A rendere ancora più interessante il film, la presenza in qualità di narratore e personaggio di Carlo Pedersoli, ovvero Bud Spencer, protagonista di un‘interpretazione commovente, che segna una svolta fondamentale nella sua esperienza professionale. L‘attore, interprete di tanti film comici di "pugni e cazzotti", ha così definito il valore di Cantando dietro i paraventi: «è la pietra iniziale per portare l‘umanità a pensare che le guerre devono finire». Lì dove le guerre possono finire, si leva semplice e sublime la voce di Ermanno Olmi e della sua ultima, imperdibile opera. (F. P.)