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SÁMI BLOOD (Amanda Kernell)

Per la giovane Elle Marje avere il sangue Sámi è una condanna. Appartenere ad una comunità di lapponi che alleva le renne, nella Svezia degli anni Trenta, significa essere vittima di pesanti discriminazioni, essere sottoposta a studi di certificazione razziale e considerata una persona minorata. Del resto, proprio gli studi dimostrano che i lapponi nemmeno resisterebbero in città. Lo ribadisce anche l’insegnante della scuola sámi, nonostante noti nella ragazzina spiccate doti intellettuali: «Dovete rimanere qui o morirete».

Quando Elle Marje capisce di non poter vivere a queste condizioni, decide di abbandonare l’adorata sorella minore e di provare a cambiare identità, rinnegando le sue origini. Prende un treno, ruba degli abiti e cerca una scuola in città, ad Uppsala, in cui poter ricevere un’adeguata formazione e diventare un’insegnante.

Carico di espressività autentica, il film ci consente di respirare con Elle Marje la sua curiosità del mondo, il desiderio di libertà, ma al contempo il disagio nel dover infangare le proprie radici e l’imbarazzo nel chiedere aiuto. Percepiamo con grande intensità la sensazione di sospensione della protagonista, percorrendo con lei la sottile linea che separa la condanna dalla vita piena.

Alcuni passaggi brillanti gettano luce anche sui pregiudizi del nostro presente, come la scena in cui due giovani studentesse di antropologia svedesi sollecitano Elle Marje ad esibirsi nel canto tradizionale joik, come fosse un animale da circo.

La regista Amanda Kernell realizza dunque un’opera prima completa e ricca di passaggi poetici, a cui siamo condotti con l’ausilio di una splendida fotografia e dell’ottima interpretazione della giovane Lene Cecilia Sparrok.

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Sull'autore

Marta Meneguzzo