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Šostakovič, il folle santo
Sonata per anima e musica

Šostakovič

Esistono mille e più modi per raccontare una vita, forse ancor di più se quella che si racconta è la storia di un artista. La si può narrare mettendo in ordine gli eventi con puntualità ed esattezza scientifica, oppure scegliendo di alterare il flusso del tempo e la precisione degli attimi attraverso un appassionato racconto emotivo, come accade per lo spettacolo Šostakovič, il folle santo, drammaturgia di Antonio Ianniello e Francesco Saponaro, regia dello stesso Saponaro, all’interno della rassegna Stanze (www.lestanze.eu).

Proprio nello spirito estetico di questa rassegna – di cui già si è parlato in occasione dello spettacolo Destinatario sconosciuto – tutto prende vita in prossimità dello spettatore, in una stanza d’appartamento, appunto, tra arredi e tappezzerie che hanno il sapore di vite vissute, di anime che si sono avvicendate in questo spazio, lasciando ognuna qualcosa nell’aria e rendendola densa di realtà. È tra queste mura che si materializza, come in un sogno, il corpo/spettro di Dmitrij Šostakovič, genio della musica del Novecento – brillantemente interpretato da Tony Laudadio – ormai adulto e vicino alla fine della sua esistenza, abbandonato su una poltrona consumata dal tempo, unico luogo deputato di questa sacra rappresentazione laica. Il tempo sembra ripiegarsi su se stesso e l’uomo, come in un delirio onirico, racconta i momenti salienti della sua vita e le emozioni che lo hanno accompagnato.

 

Quello di Šostakovič, il folle santo non è solo il dramma della vita di un musicista, ma la rappresentazione di un momento storico e artistico fortemente caratterizzato: quello della Russia post-rivoluzionaria. Un luogo e un tempo in cui l’arte e la musica hanno assunto anche il ruolo di azione politica e di propaganda. È in questo contesto di forte energia, novità e potenziale creativo che il compositore si prende sulle spalle il peso gravoso della propria solitudine, nonostante la fama e il successo, insieme al timore costante di essere criticato e considerato nemico della patria. È per questo che i suoi occhi, così vulnerabilmente umani, si velano di terrore, della paura più che concreta che la censura e le critiche del regime stalinista cadano come un’accetta sulle sue opere. Un momento della storia in cui il non apprezzamento o l’accusa di formalismo potevano portare non solo alla fine di una carriera, ma alla morte di un artista: gli omicidi degli amici più cari e dei colleghi, ad opera del regime, ne sono la prova e il combustibile che alimenta l’angoscia quotidiana del proprio rimanere in vita.

Lo spettacolo è costruito in modo sapiente, con pochi tratti quasi stilizzati, una scena limitata, qualche oggetto e la selezione di eventi funzionali, che restituiscono in maniera chiara il mondo interiore di un compositore grande e prolifico. La drammaturgia, che Ianniello e Saponaro costruiscono per l’attore Tony Laudadio, non è un semplice monologo, ma un originale dialogo a due tra Šostakovič e la sua musica. La colonna sonora che accompagna tutta la rappresentazione, ovviamente tratta dalla vasta produzione del compositore, non ha la funzione di ridondante tappeto musicale della prosa, ma costruisce insieme alla voce una partitura ritmica e sonora in cui a tratti pare che attore e musica dialoghino tra di loro, contrappuntandosi reciprocamente, o inseguendosi come in un canone.

La vita di Šostakovič non è stata mai scissa dalla sua musica, neanche per un istante, nemmeno quando il suo stesso fisico cercò di impedirgli di scrivere, ma lui, ostinatamente, continuò a comporre, e qui sulla scena, tra le quattro mura di questa stanza che sa di vita vissuta, di esistenze che si sono susseguite e avvicendate, l’uomo/spettro Šostakovič non può che manifestarsi indissolubilmente intrecciato alla sua musica, così come un corpo è intrecciato alla sua anima.

 

Šostakovič, il folle santo

drammaturgia Antonio Ianniello, Francesco Saponaro

regia e spazio scenico di Francesco Saponaro

con Tony Laudadio

colonna sonora Dmitrij Šostakovič

produzione Teatri Uniti

 

 

 

 

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Sull'autore

Stefano Ruggeri