Una canzone. Un libro. E ora un film… sempre attorno all’esperienza di affido famigliare con un adolescente maggiorenne. La storia personale del cantautore Niccolò Agliardi che già aveva ispirato la canzone Johnny contenuta nell’antologia Resto, raccontata nel romanzo Per un po’ – Storia di un amore possibile trova casa anche sul grande schermo nell’omonimo secondo lungometraggio di Simone Valentini. In uscita dal 26 febbraio l’opera aggiunge un nuovo capitolo alla “narrativa affidataria” al centro di tante proposte e rassegne delle Sale della Comunità in collaborazione con le associazioni e i servizi sociali del territorio.

Lo sguardo interpellato

Il film ci chiede: Cosa significa pensarsi e pensare la vita “a tratti”? È un amore di serie b il “per un po’”? Quali dinamiche caratterizzano una famiglia monogenitoriale? Come si impastano il maschile e il femminile di un uomo adulto che mette a disposizione la sua capacità di amare e di accompagnare? Come prende forma un affido con un ragazzo adolescente in questo caso anche maggiorenne… che cosa lo differenzia dall’affido con altre fasce d’età più legate all’infanzia?

Per un po'

Il paesaggio dell’anima di Per un po’

Scritto dal regista con Francesca Scanu, Andrea Zuliani e Niccolò Agliardi e interpretato da Alessandro Tedeschi e Isnaba Na Montche, peraltro particolarmente ispirati, Per un po’ racconta un caso molto particolare ricordandoci inevitabilmente che tutte le storie lo sono a loro modo e che non c’è una patente da prendere e poi tutto filerà liscio. Niccolò aveva iniziato un percorso preparatorio all’affido con la compagna che poi è venuta a mancare per una malattia. Il film ci mostra qualche attimo laboratoriale di questo avvicinamento formativo che l’artista in ambito musicale proseguirà anche da single arrivando ad accettare l’affido di Federico, un neo maggiorenne ancora impegnato con la scuola che non può più rimanere in comunità, ma che ha bisogno di essere ancora sostenuto e accompagnato nella presa in carico della vita adulta.

Alle spalle c’è un affidamento che non ha avuto l’esito che ci si augurava (non uso sostantivi come “fallimento” o “successo” perché, se fossimo onesti, andrebbero aboliti rispetto alle relazioni in ambito famigliare e educativo) e, quindi, Federico è in comunità fin dagli 8 anni. La sorella più grande abita già da sola e ha tagliato il cordone ombelicale con una madre in difficoltà a sostenere in Italia da sola il peso di due maternità. Federico ha, invece, un rapporto molto più ambiguo con la madre che è già agli atti e comunicato allo stesso Niccolò, ma questo non basterà ad arginare le insidie che inevitabilmente si paleseranno anche in questa nuova esperienza di affido.

Tedeschi ha il dono di raccontare l’elaborazione del lutto e la tavolozza emozionale di padre affidatario del protagonista talvolta anche senza parlare. I suoi sguardi a fissarli bene dicono tanto: aprono mondi interiori fatti di ricordi, trepidazioni, paure, speranze, desideri, senso di responsabilità, maturità, ascolto di sé, accettazione del limite. Il film non si pone il problema di avvinghiare lo spettatore. Se vuoi, se ti interessa questa storia – si percepisce proprio questa postura non spettacolare – mettiti calmo e prenditi sguardi e battute, alcune anche divertenti, con i tempi delle relazioni che si annusano, che timidamente provano a fidarsi con accelerazioni e retromarce, giorni di fiducia verso un’alleanza embrionale e altri di timore di essere riportarti in comunità.

Niccolò che inizialmente pensava ad un bambino piccolo ha capito, invece, che in questo caso non deve crescere ma accompagnare. È una sottile differenza che potrebbe fare bene anche a tanti genitori di figli adolescenti: il tema delle regole, la gestione degli spazi e del controllo, il dialogo, i desideri diversi, le aspettative e i bisogni. Un tema che emerge dalla loro storia d’amore – e quest’ultimo lo si sente tutto e seppure traballante arriva potente e commuove nella sua imperfetta autenticità – è la necessità di prendersi anche a tratti, per pezzi di vita, rinegoziando le premesse e le attese e facendo i conti con la realtà e le sue tonalità. Ecco perché Per un po’ non racconta né un successo né un fallimento: questo modo di stare al mondo potrebbe ridimensionare molte fatiche miste a delusioni e offrire una strategia positiva alla complessità della società odierna.

I legami di Per un po’

Il film di Valentini ha il pregio di mettere a fuoco chiaramente la possibilità dell’affido, un’istituzione ancora sconosciuta a tantissime persone e confusa talvolta con l’adozione, entrambe forme di tutela minorile ma sensibilmente differenti. E lo fa, come abbiamo spiegato, non tacendo le complessità inevitabili di accompagnamenti che fanno i conti con storie alle spalle di fragilità, sofferenza e talvolta segnate da abusi psicologici o violenze fisiche.

Con il francese Niente da perdere di Delphine Deloget (2024) lo sguardo si erano addentrato piuttosto nelle pieghe insidiose della prospettiva materna. Sylvie, una convincente Virginie Efira, lotta contro la sottrazione temporanea del figlio Sofiane, a causa di un incidente domestico capitato in sua assenza. Rien à perdre cela le criticità istituzionali, in questo caso oltralpe, che possono caratterizzare vicende famigliari in ambiti così delicati e opinabili.

La possibilità di continuare a nutrire il palinsesto nell’ambito della tutela dei minori – pensiamo al bellissimo e recente Giovani madri dei fratelli Dardenne – moltiplica gli sguardi sulle situazioni di origine e di approdo, sulle diverse istituzioni, sulle esperienze in famiglia o in comunità, sulle legislazioni dei singoli paesi europei e abitua le persone al superamento di giudizi qualunquisti che non fanno mai un buon servizio alla persona e alla comunità. In tal senso la Sala della Comunità con le sue progettualità in questo ambito partecipa davvero a scogliere tante credenze grottesche e ad entrare nelle singole storie per un approccio più responsabile e generativo.

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Sull'autore

Gabriele Lingiardi

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