Urska Djukic, co-regista slovena del cortometraggio pluripremiato Granny’s Sexual Life (la vita affettiva e sessualità delle nonne slovene dello scorso millennio), sgancia in orbita il suo primo lungometraggio di finzione dedicato all’alba dei sensi di una sedicenne cresciuta in un contesto cattolico. Già presentato a Berlino con il titolo Little Trouble Girls, ora il tema è letteralmente sentirlo, entrare nel linguaggio sensuale dell’opera, tra trascendenza e corporeità, e fargli spazio nel modo più adeguato alla linea editoriale della (vostra!) sala.
Lo sguardo interpellato
Il film ci chiede: è abuso di potere quando una madre spegne il televisore mentre passa una scena di sesso nel film che sta guardando con la figlia adolescente? È abuso se si fa consegnare i trucchi da una sedicenne? È abuso di potere quando un insegnante spinge una ragazza a sedersi accanto a lui sullo sgabello del pianoforte e la incita a confidarsi? Lo è se usa quelle confidenze, deluso da quanto ha ascoltato, per punirla nel contesto del coro a cui partecipa? È abuso mettere una madonna dozzinale ad ogni crocicchio dei paesi? Sì, lo so, quest’ultima è più forte, ma il film ci porta a chiederci anche questo… per chi vorrà chiederselo. È abuso psicologico usare la musica sacra per arginare-indirizzare lo sviluppo e la spinta sessuale della giovinezza?
Il paesaggio dell’anima di La ragazza del coro
Oppure, come si chiede Peter Bradshaw, giornalista di The Guardian (peraltro 5 stelle al film per quello che possono valere come parametro), se la sessualità sia altresì una versione acerba e apocrifa della musica stessa, «inauthentic, immature» per rimanere all’aggettivazione del critico britannico. Di certo Little Trouble Girls – quanto è più bello il titolo che aderisce alla canzone del ’95 dei Sonic Youth che sigilla anche il finale – è un film che intreccia riferimenti complessi, colti e tangibili fin dal suo incipit in cui vengono messi a terra i paradigmi del discorso filmico che sta prendendo vita.
Prima di tutto il respiro ritmato a schermo nero (un parto? Un rapporto sessuale? Riscaldamento musicale? Una pratica orientale?) che ci orienta a sincronizzarci su questa frequenza, poi la scelta iconografica che ricade su Bourgot Le Noir, una miniatrice francese della metà del XIV secolo, con primissimo piano sulla sezione centrale della sua “Vulva Christi”, la ferita verticale del costato di Cristo, e poi ancora l’orecchio di Lucia, anch’esso in primo piano, a dirci che staremo con una ragazza in ascolto di tutto quello che si sta muovendo dentro di lei e, non ultimo, poche parole come «Qui c’è l’anima».
La ragazza del coro è ambientato tra Slovenia e Cividale del Friuli, nella cornice di un monastero femminile abitato temporaneamente di giorno anche da operai (uno scolpito come un David di Michelangelo che dall’alto del ponte, all’entrata del paese sul letto del fiume, Lucia scorge nella sua dirompente nudità), che tra mestruazioni chi sì chi no, segreti e palpitazioni, pulsioni e giochi evergreen (il gioco della bottiglia con il souvenir da Lourdes è un colpo di genio), eccitamento persistente e perlustrazioni corporee impenna a dismisura le quotazioni dell’adolescenza sul grande schermo.
Puoi cercare di tenere tutto sotto controllo, anestetizzando l’ambiente, come fa il maestro di coro che porta in dote un’energia oscura che si diffonde come l’incenso nelle celebrazioni o come la madre rimasta, grazie a dio, in Slovenia. Oppure puoi lasciarti interpellare dalle domande spavalde e screanzate delle ragazze in short ascellari, che meraviglia di vento di freschezza anche in monastero, come fa la suora che le sa fare tutte – è un ordine emancipato con la suora che guida anche il trattore – che regala un cameo credibile e profondo sul suo celibato. Lo racconta finché sistema una tenda appesa ad una scala, fa due cose insieme in una squisita naturalezza parlando della persistenza del tocco corporeo di Dio. Una scelta narrata come evento di soggettività, raccontata nella sua sensualità, che si offre come condivisione alle ragazze senza avere il tarlo di normare il loro futuro o di acquisire vocazioni.
Lucia e Ana-Maria, l’amica che fa sia da gatto sia da volpe, sono i due estremi, invece, del senso di colpa di cui non vi è traccia nelle parole della suora: Lucia porta sulle spalle il peso di un’educazione religiosa priva di respiro; Ana-Maria è disinibita, spregiudicata nello sguardo, leader nel gruppo e alquanto manipolatoria eppure, sotto sotto, anche lei pronta a lesinare attenzioni. Lucia e l’uva è, allora, un capitolo che non sveliamo perché è una bellissima ricorrenza simbolica, proprio su questo argomento della colpa e delle eredità secolari, che lasciamo intonso e tutta da mangiare in sala.
Straordinario, altra ricorrenza simbolica dell’opera, è il dialogo che si instaura inequivocabilmente, per chi lo vuol cogliere, tra le geografie religiose di Friuli e Slovenia, tra le Madonne dei crocicchi e la Madonna che Lucia bacia in bocca, tra le statue di vergini imbalsamate che si spezzano nelle estremità e i corpi che sono ferite come la Vulva Christi da cui partire per ritrovarsi. Lucia passa per la sua ferita, ci entra letteralmente, fa i conti con la vitalità del suo corpo e impara a non esserne la martire, scioglie i lacci di un irragionevole senso di colpa nelle voci delle sorelle che la includono nell’appello di pietà a Nostro Signore. E’ tutto un altro canto, le vesti sono bianche ma le voci non più… sono vissute. Trapassate.
Una curiosità, infine, che tira in ballo anche i preti: «La scintilla che ha innescato il progetto – vale la pena conoscere l’ispirazione che ha fecondato il film dalle note ufficiali di regia – è arrivata nel 2018, mentre assistevo al concerto di un coro femminile sloveno. Sentendo cantare quelle ragazze giovanissime, i miei occhi si sono immediatamente riempiti di lacrime: sono rimasta profondamente colpita dalla potenza delle loro voci, voci che oscillavano sul filo del risveglio della femminilità, al punto che ho dovuto trattenere le mie emozioni per evitare di scoppiare a piangere durante l’esibizione. C’erano anche tre sacerdoti seduti tra il pubblico: si sono commossi quanto me e ho capito che tutto questo era molto significativo. Insomma, non potevo fare altro che esplorare le nostre risposte emotive attraverso il linguaggio del cinema».
I legami di La ragazza del coro
Vestito eccellentemente da racconto di formazione, Djukic anche co-sceneggiatrice consegna un’opera per le sale più sfidanti che calza a pennello con percorsi di educazione affettiva e sessuale che tanto si proclamano e molto meno si attuano. Magnificamente in simbiosi, anche geografica, con Un anno di scuola di Laura Samani, le due giovani protagoniste Fred e Lucia vivono entrambe la sfida di trovare un posto nel mondo in cui finiscono, loro malgrado, vivendo inevitabilmente tutti i marcatori della loro età: amicizie, gelosie, sentimenti, erotismo, l’altro da sé e l’altro sesso… Lo sguardo femminile di Samani-Djukic restituisce una rispondenza al vero che più che profumare di spinte ideologiche, cerca di indagare corpi che, nel cercare armonie dentro e fuori di sé, ben si accordano al compito di ogni adolescenza. In quell’ostico quanto affascinante raccordo tra infanzia e età adulta, Fred-Lucia imparano ad acquisire delle competenze che le emanciperanno, anche nelle situazioni più insidiose, da legami alienanti, morbosi o comunque non così buoni ma non prima di averli assaggiati.
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