Cosa accade ad un padre con un figlio gravemente disabile, quando la paternità esce dall’infanzia del figlio e si avvia ad affrontare l’adolescenza? In I figli della Scimmia, opera prima di Tommaso Landucci, in concorso per Orizzonti alla 83 Mostra del Cinema di Venezia, Riccardo Scamarcio è Dario, un uomo maturo, padre di Enrico, nel film interpretato da Andrea Aggio. L’uomo ha superato il fatto di aver avuto un unico figlio tetraplegico e gravemente sindromico. Nella loro famiglia tutta la vita ruota attorno al sostentamento del ragazzo. La madre, interpretata da Lidiya Liberman, è una donna semplice, comune e graziosa, che segue con amore il figlio. In parallelo il regista mostra la famiglia del fratello di Dario (Fausto Russo Alesi), padre di Giacomo (Tancredi Naldini).
Girato tra Torino e provincia, la sceneggiatura ha ricevuto il Premio Solinas 2021. Il titolo trae ispirazione dall’omonima fiaba di Esopo: la storia di una scimmia che aveva due cuccioli ma amava e nutriva soltanto il preferito, trascurando l’altro. A differenza della fiaba, però, qui si parla di un genitore chiamato a dividersi fra due “figli”: quello reale e quello ideale. Dice il regista: “C’è un tabù, un “impossibile da dire”, che mi ha affascinato perché riguarda l’esperienza più profonda e intima della genitorialità: nessun padre e nessuna madre desidera avere un figlio con una disabilità.”
La regia di Landucci mostra i protagonisti in divenire, Dario vorrebbe diventare il padre che non potrà mai essere, un padre gioioso, scanzonato, spesso leggero, che può sostenere un figlio adolescente nella sua trasformazione dall’infanzia all’età adulta. Il nipote Giacomo, sul quale cadono le attenzioni bonarie dello zio, vive una crisi di ribellione verso la scuola, gli impegni e i genitori, che porterà ad una frattura nel tessuto familiare, luogo e fucina di ogni male e di ogni bene. Il figlio Enrico evolve in peggio, la sua malattia degenerativa decorre, nonostante tutte le cure dei medici e della famiglia. L’unica cosa che può dare e ricevere è un amore disinteressato, legato solo alla propria ridotta capacità comunicativa e motoria e fulcro della propria sopravvivenza. Così Giacomo, curato e stretto da troppe attenzioni familiari finisce per allontanarsi, Enrico, fragile nel corpo e dipendente da tutti, resta come unico oggetto di relazione, ancorato alla sua eterna infanzia, bloccato nel corpo e nella crescita, verso una età adulta con poche aspettative. Qui il regista pone l’accento, dando a Scamarcio-padre la possibilità di una interpretazione intensa. Sullo sfondo un nonno, contadino di un tempo, fissato con la realizzazione di una piscina per i nipoti nella vecchia cascina di famiglia, un oggetto alieno nella forma e nel colore, posto nel luogo dell’infanzia dei due fratelli e spazio per i grandi pranzi di famiglia nell’aia.
Regia rigorosa quella di Landucci, completa e equilibrata, che non indulge a pietismi e sbavature. Un cinema pieno della forza del vero, sostenuto anche dalla scrittura del co-sceneggiatore Damiano Femfert e dalla produzione esecutiva di James Ivori.







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