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Conversazioni private su: NOI DUE SCONOSCIUTI

Noi due sconosciuti film

Presentato a Locarno e vincitore del Premio della Giuria Ecumenica, il norvegese Noi due sconosciuti di Janicke Askevold con volti noti del cinema scandinavo indaga l’affettività delle famiglie monogenitoriali nate con l’inseminazione artificiale. Quest’opera preziosa, schietta e straordinariamente adeguata a rassegne, percorsi e dialoghi in sala, viene di seguito scandagliata dalla sottoscritta con don Elio Girotto, prete della diocesi di Treviso, delegato ACEC Triveneto e gestore della Sala della Comunità di Mogliano Veneto.

Se ti trovi qui per la prima volta forse non saprai che in questa rubrica ci occupiamo di film problematici nel senso di complessi e generosi di criticità e che li discutiamo a due voci a partire dalla nostra sensibilità ed esperienza di animatori culturali e gestori di Sale della Comunità come supporto alle tante realtà di ACEC nel territorio nazionale. Puoi andare a leggerti anche le altre conversazioni a due voci che abbiamo prodotto in questa prima stagione dell’anno.

Prevedello – Vorrei condividere con te un passaggio del film che mi ha sbloccato un ricordo personale. Quando ormai parecchi anni fa rimasi vedova, e quindi mia figlia orfana, avevamo in casa e abbiamo tuttora tantissimi albi illustrati che peraltro utilizzo anche per dinamiche formative. Ve ne sono altrettanti nel film Noi due sconosciuti. Tra i tanti a disposizione a casa nostra ve n’era uno più “clinico” consigliato dalle psicologhe per elaborare il lutto. Era un libricino meno raffinato graficamente, meno fantasioso degli albi e molto ancorato alla realtà seppure attraverso gli animali. Insomma era più squisitamente educativo per introdurre l’esperienza della morte e del suo lessico. Mia figlia, che a tre anni se li sceglieva in autonomia, cercava sempre di dribblarlo.

E vengo al film… Durante la lettura a letto con la madre del libro che in qualche modo spiega l’inseminazione e l’assenza di un padre, essendo in questo caso profilato come donatore, il piccolo figlio della protagonista chiede alla mamma di leggere un albo diverso e lei ne rimane quasi delusa. Questo accostamento tra il mio ricordo e questa scena del film mi ha fatto riflettere su quanto la fantasia, l’immaginazione non possano essere una replica della realtà in un’adesione troppo millimetrica, meramente didascalica perché altrimenti verrebbe meno il loro compito di dipingere un paesaggio interiore, di generare un simbolico che possa sostenere  la crescita, un giardino dove coltivare dei significati, delle idee, delle riflessioni. Mi chiedo allora di che cosa abbiano bisogno i bambini nella prima infanzia. Certo,  c’è il tema sensibile e legittimo delle spiegazioni ma Noi due sconosciuti induce una domanda più complessa. Che ne pensi?

Girotto – Ho visto il film nella penombra del mio studio, con sullo sfondo le foto di mio padre e mia madre. Persone molto semplici con più di un difetto… non avrebbero compreso Noi due sconosciuti, la tematica sarebbe stata fuori del loro raggio di azione e pensiero. Pensando al me-bambino credo che un bambino piccolo non abbia bisogno di spiegazioni letterali, ma di presenza amorevole.  Spesso incontro coppie che sono stupite perché erano convinte di aver “spiegato” al loro piccolo la separazione, ma poi si ritrovano con il loro figlioletto che è come se non li avesse nemmeno ascoltati. Un bambino vuole sentire “un’altra storia”, sognare. Commuoversi!

Prevedello – La capacità del cinema di ancorarsi alle nostre origini è sempre prodigiosa. E tornando al tema delle “spiegazioni”, la protagonista Edith è davvero una figura complessa: da una parte è solida e indipendente, dall’altra è permeabile al dubbio forse anche a causa della, o meglio grazie alla… sua vocazione di giornalista. È sensibile, disposta a lasciarsi tormentare dalle domande che le vengono poste. Dai grandi e dai più piccoli: è aperta di conseguenza anche agli smottamenti che i condizionamenti dettati dalle domande degli altri le suscitano. Non meno interessante è il fatto che Askevold, regista norvegese che vive in Francia, abbia preso in prestito la storia proprio dalle vicissitudini di un’amica. C’è, quindi, una Edith che da qualche parte ha ascoltato tutti questi rumori attorno a lei ed è entrata nel labirinto in cerca di risposte.

Girotto – Edith secondo me ha più che altro una corazza che solo verso la fine del film abbandona. Vuole essere indipendente e decidere della sua vita, ma credo sia proprio il figlioletto a scardinare le sue sicurezza. Il rifiuto della “fiaba riparatrice” è solo la punta dell’iceberg. La maternità risveglia in lei una domanda che è dentro di noi da sempre:  chi è mio padre e chi è mia madre. È una domanda profonda a cui non basta rispondere con frasi di circostanza. Aver vissuto con i nostri genitori, non significa di fatto averli conosciuti. Se nemmeno li abbiano conosciuti fisicamente, la domanda si fa allora esistenziale. Edith prova lo stesso struggimento per lo sconosciuto padre del suo bambino. Per quanto si sia aperti a tutte le possibilità che la medicina ci offre vogliamo comunque sapere da dove veniamo per comprendere dove stiamo andando e chi siamo. E il fatto che tutto questo sia scontato non lo rende meno vero.

Prevedello – Si, ci sono delle montagne russe implacabili nell’opera, saliscendi autentici tra lo scoprire fondato sul lasciarsi andare e il senso di responsabilità che alla fin fine prevale oltre ogni scoperta. Il legame con la madre mi ha molto ricordato La solitudine dei non amati: il mirare dritto ad un uomo per poi scoprire che quella vicenda sentimentale era la strada a tornanti per tornare a casa, per leggere da dove tutto era partito. 

Girotto – Si. C’è però nella risposta della madre una perla che dà, a mio parere, una chiave di lettura di tutto il film. La madre, lo si comprende, è ormai in fase di decadenza soprattutto psichica. Questo però non vuol dire che tutto quello che dice sia da scartare. A volte anche nelle persone fragili emergono delle intuizioni che sono come perle preziose. Alla domanda di Edith se può dormire con lei la madre risponde senza dubbi: “Dormi nel tuo letto, da sola”. C’è un richiamo all’adultità che qui coincide con la presa di coscienza dei propri sentimenti e della propria condizione. Edith e la sua amica sono chiamate a riconoscere che in fondo sono sole, che hanno bisogno di un uomo, di un compagno di strada. Il prendere coscienza di questa loro solitudine è un passo vertiginoso perché rischia di scontrarsi forse con una loro idea di indipendenza.

Noi due sconosciuti film

Prevedello – La madre-nonna sembra rispondere nel suo deperimento psichico alla bambina di un tempo, ma questa risposta risuona come inedita per Edith, come spieghi bene, nella sua circostanza attuale di adulta in cammino, di madre single preoccupata di essere all’altezza delle domande del figlio Sigurd. Quando si sente dare della “coraggiosa” dalla dottoressa della madre si arrabbia molto, c’è una sibillina permalosità che manifesta il suo desiderio di non essere etichettata come una eroica ma al contempo il film ci racconta anche tutta la complessità di crescere un figlio nella solitudine privata del sostegno anche della madre non più affidabile per questo compito. Dopo tutto il casino-liberazione di aver avuto una relazione intima con il donatore Niels Edith dirà all’amica di inseminazione che senza di lei in questi anni non ce l’avrebbe fatta. Certo, hanno condiviso anche il donatore e questo le ha messe in una condizione di parentela che non sembrano soffrire e dalla quale hanno tratto una forma di sorellanza ma anche di comunità. Edith parla di famiglia e Marie l’abbraccia rincuorata. Non penso che si tratti di volere un compagno, piuttosto proprio di una percezione di famiglia che è un concetto in movimento.

Girotto – Spiegami…

Prevedello – Maria ha un compagno, ma quest’uomo non ha fretta di procreare con lei il secondo figlio e lei pensa di nuovo ad un donatore. Edith ha avuto un compagno che non voleva figli, come rivelerà la madre alla dottoressa nella sua spavalda decadenza. Queste donne in questo momento non possono vantare relazioni così generative in termini biologici e questo crea una distanza insopprimibile con il fronte “padri-compagni”. Il donatore desideroso di lasciare qualcosa di sé nel mondo (incipit sonoro del film che merita un approfondimento) è la via di uscita e la legge norvegese la permette.

Nel nostro paese è in aumento, invece, il ricorso alla pratica clinica della crioconservazione degli ovociti (social freezing). Il bellissimo film Nino ci mostra in un contesto francese la versione maschile di questa esigenza. Il tema della fertilità e della generatività è, in definitiva, molto frequentato dal cinema e dalla società con tutte le complessità etiche, filosofiche ed esistenziali delle biotecnologie. Questo film norvegese entra davvero nella giungla emotiva della monogenitorialità contemporanea e offre al pubblico la possibilità di un ascolto non giudicante. Sicuramente per crescere un figlio serve una comunità, una rete relazionale anche nelle forme più creative perché le risposte non le può e non le deve dare solo una madre e anche perché come dicevamo in testa alla nostra conversazione non si tratta solo di risposte.

Come veniamo al mondo è sempre solo una parte del dipinto e appare fondamentale, per rispetto di questi due fratellini, fare memoria di questa parzialità. E come dice Maria per stemperare un dialogo molto intenso e sofferto con Edith, “avranno altre migliaia di fratelli”.  Si tratta di una frase ironica che potrebbe provocare orrore in una parte considerevole della società e non disturbare per niente, invece, l’altra parte. Edith e Maria si sono scoperte e ne hanno fatto un’occasione di prossimità, di vicinanza, di famiglia messa in pericolo dall’esigenza di una di sapere un po’ di più dell’altra. Maria ha saputo fermarsi. Edith ha sentito il bisogno di superare questo limite. Più volte ha scelto di andare oltre e ne pagherà le conseguenze perché come dice Marie ora “il donatore è una persona reale”. Askevold, anche co-sceneggiatrice, con grande onestà intellettuale gira con la sua macchina da presa in tutti i meandri della situazione e illumina tante criticità senza paura, ma nemmeno con moralismo, offrendo al pubblico una sosta calma e mai divisiva in cui mettersi in ascolto dei paesaggi fertili della contemporaneità.

Noi due sconosciuti film

Girotto – E parliamo del donatore… è fin troppo semplice da far quasi male la lettura che si può fare della sua crisi che lo ha convinto a voler comunque avere dei figli. Vuole dei figli suoi. La famiglia che ha non è sua, con la moglie si rimpalla le responsabilità, con la “figlia” fatica a stare al passo… sono quasi dei compagni di strada, ma c’è una certa freddezza, in qualche modo trasmessa anche dalla bella casa e dal giardino. C’è una tristezza, al di là dell’essenzialità dello stile nordico, che unita ad una tensione palpabile mette lo spettatore quasi in imbarazzo. Il calore del locale dove si incontra nuovamente con Edith indica ciò che lui desidera veramente. Calore, allegria e forse, al netto del tasso alcolemico, un po’ di leggerezza. Ma non basta volere un figlio. Farlo è anche facile e lui lo dice! Ma davvero non basta. “La costruzione di un amore spezza il sangue nelle vene”, cantava Mia Martini. I nostri due protagonisti sembrano scoprirlo davanti una tazza di caffè e non sembra nemmeno troppo tardi.

Prevedello – Sono rimasta molto colpita dal fatto che la scorrettezza agita da Edith sia di fatto la condizione perfetta per ascoltare in modo inedito il proprio desiderio di lasciare una parte di sé al mondo e di fare i conti con la qualità di quel desiderio.  Le biotecnologie sono oggi uno strumento di ascolto di desideri, bisogni ma anche di disagi e frustrazioni che in queste meraviglie della scienza trovano risoluzioni fino al prossimo bivio che, in questo caso, si chiama Edith e che porta anche lei la qualità dei propri desideri. Le parole di Niels, attraverso Edith e il suo malessere, le abbiamo ascoltate tante volte dal pc, interrotte e riprese in loop sono entrate nell’anima. Lui forse le aveva ormai messe da parte perché così vuole la procedura biografica della piattaforma. Edith, anche lei è una persona reale, con il suo “reato” gliele ripropone e passerà per “malata”.

Al netto dell’abuso che lui subisce non sapendo la verità, Edith è davvero malata? Rivoltare la frittata su chi è davvero malato sarebbe un attimo, ma è qui che il film davvero sale di livello perché evita lo scontro in perfetto stile norvegese e obbliga lo spettatore a cercare altri aggettivi che potrà mettere in campo ascoltando la conversazione finale nella caffetteria tra Edith e Niels. “Che cosa speravi?” è la domanda che Niels le porta al cuore. Che cosa speriamo quando attiviamo dei fuori pista assai insidiosi nella nostra vita? Com’è arguta questa domanda per tutti noi, una domanda che ci mette in una postura da confessionale. Edith con grande candore si lascia andare ancora una volta con lui consegnandogli tante piccole verità. Non è scontato ammettere che il donatore era il piano di riserva, che conoscere  il padre (cos’è un padre?) era la possibilità di capire qualcosa di più del figlio, che come madre vive nel timore di non bastare al figlio.

Edith con la sua disinibita umanità attiva una reciprocità disarmante in Niels che ammetterà di non aver meditato troppo sulla banca del seme, di averla conosciuta in un momento di crisi con la compagna e tanto altro che lo dipinge “malato” quanto lei, ma sappiamo che di malattia non si tratta. Fragili costitutivamente: sono due adulti allo specchio, l’uno per l’altro nel rispetto di Sigurd che ora è una persona fuoriuscita in tutto e per tutto dalla piattaforma. Si sente il calore di un focolare che è troppo grande per starci in un bicchiere con lo sperma tanto citato. Nuove architetture affettive premono… e l’adulta cresciuta sceglie ma non sveliamo come…

Girotto – In fin dei conti è anche un film sulla solitudine. La linea di confine è labile: la solitudine può essere anche benedetta e buona ma può anche rivelarsi un tarlo che mangia l’anima. Niels e Edith devono giocarsi tutto per stare sul crinale, curando quella parte che è di tutti noi e che si nutre della solitudine che fa bene al cuore, perché lascia spazio alla nostra libertà e creatività. Ma anche rischiare di scendere da questa cima, che però è appunto uno stretto crinale, verso un rapporto con l’altro/a che inevitabilmente è segnato da limiti e fatiche ma che, pur con tutti i suoi “blocchi”, ci ama. E non è poco.

Articolo a cura di Arianna Prevedello e don Elio Girotto

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Sull'autore

Arianna Prevedello

Scrittrice e consulente, opera come animatore culturale per Sale della Comunità circoli e associazioni in ambito educativo e pastorale. Esperta di comunicazione e formazione, ha lavorato per molti anni ai progetti di pastorale della comunicazione della diocesi di Padova e come programmista al Servizio Assistenza Sale. È stata vicepresidente Acec (Associazione Cattolica Esercenti Cinema) di cui è attualmente responsabile per l’area pastorale.

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