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Sopra i tetti di Tel Aviv

Francesco Crispino

14 Settembre 2026

NAZA (Yuval Abraham & Rachel Szor) – la recensione
Sopra i tetti di Tel Aviv

Approfondimenti cinema, Venezia, Filmcronache | 0 commenti

Attraverso le testimonianze anonime di 24 militari e membri dell’intelligence israeliana, vengono ricostruiti i meccanismi tecnologici e operativi alla base dei bombardamenti israeliani su Gaza e della morte di civili palestinesi. Girato di notte dai tetti di Tel Aviv, il film mette in relazione la normalità della città israeliana con la violenza esercitata a poche decine di chilometri di distanza.

A distanza di due anni da No Other Land, il documentario premiato con l’Oscar nel 2025, Yuval Abraham e Rachel Szor tornano a interrogare la realtà israeliano-palestinese spostando radicalmente il punto di osservazione. Se il film precedente nasceva dalla condivisione diretta di un territorio e di una condizione di oppressione, Naza sceglie infatti di penetrare dall’interno i meccanismi che hanno reso possibile la sistematica uccisione di civili palestinesi nella Striscia di Gaza. Ne deriva un’opera di straordinario impatto emotivo, documentale e politico, nella quale l’inchiesta giornalistica viene sottoposta a un’efficace formalizzazione cinematografica.

Il cuore del documentario è costituito dalle testimonianze di 24 militari e membri dell’intelligence israeliana coinvolti, a diversi livelli, nei sistemi di sorveglianza e di individuazione degli obiettivi. I loro volti vengono oscurati e le identità protette, mentre le loro voci raccontano dall’interno una macchina bellica nella quale la tecnologia sembra aver progressivamente sostituito la responsabilità individuale. È proprio questa spersonalizzazione a rappresentare uno degli elementi più inquietanti del film: la morte non appare più come l’esito immediatamente riconoscibile di una decisione umana, ma come il risultato di una catena di procedure, dati, algoritmi e autorizzazioni, nella quale ciascuno può percepirsi soltanto come un ingranaggio.

Il titolo stesso allude a tale processo di trasformazione della vita umana in un dato numerico. Naza è infatti un acronimo utilizzato nell’intelligence militare israeliana per indicare il numero di vittime civili che si prevede possano essere provocate da un bombardamento. Una definizione apparentemente neutra, burocratica, che proprio nella sua neutralità linguistica rivela l’orrore di un sistema capace di incorporare preventivamente la morte dei civili nel calcolo di un’operazione militare. Il film insiste così sul momento in cui la violenza smette di essere soltanto un atto e diventa procedimento: qualcosa che può essere previsto, quantificato, autorizzato e infine eseguito a distanza.

Le testimonianze mettono inoltre radicalmente in discussione l’idea della precisione tecnologica delle operazioni. Una delle voci racconta il funzionamento di sistemi basati sull’intelligenza artificiale e riferisce di un margine di errore di almeno il 15 per cento nell’identificazione degli obiettivi. Il dato assume un peso ancora maggiore nel contesto di una guerra combattuta in uno dei territori più densamente popolati al mondo: l’errore di un algoritmo non rimane confinato a uno schermo, ma può tradursi nella distruzione di un’abitazione e nella morte delle persone che vi si trovano. È qui che la promessa della guerra tecnologica come guerra «chirurgica» mostra la propria contraddizione: quanto più la distruzione viene affidata a sistemi apparentemente sofisticati e impersonali, tanto più diventa facile occultare la dimensione concreta delle sue conseguenze.

Ma Naza non si limita a raccogliere e organizzare materiali d’inchiesta. Il suo elemento più originale è forse la scelta di costruire il film quasi interamente nello spazio notturno dei tetti di Tel Aviv. Le interviste vengono così immerse in una città che continua a vivere, attraversata dal traffico e dalle luci, apparentemente estranea alla devastazione che si consuma a poche decine di chilometri di distanza. La macchina da presa osserva dall’alto questa normalità urbana e la trasforma progressivamente in una presenza perturbante: la città israeliana diventa il luogo fisico e simbolico dal quale si può guardare la distruzione senza necessariamente vederla.

Si origina così un contrappunto di grande forza cinematografica. Da una parte c’è Tel Aviv, luminosa, ordinata, quotidiana; dall’altra Gaza, quasi sempre assente dall’immagine e tuttavia continuamente evocata dalle parole di chi ha partecipato alle operazioni militari. La distanza geografica si trasforma allora in distanza percettiva e morale. Non mostrare Gaza non significa rimuoverla, ma rendere più evidente il dispositivo attraverso cui una società può convivere con una violenza che si produce altrove. È un procedimento che richiama inevitabilmente la lezione de La zona d’interesse di Jonathan Glazer, qui produttore esecutivo, dove l’orrore è collocato fuori campo e la normalità quotidiana diventa il dispositivo attraverso cui renderne ancora più percepibile la presenza.

In tal senso Naza è anche un film sul rapporto fra visibile e invisibile. Le immagini di Gaza sono relativamente poche: ciò che si vede sono soprattutto volti cancellati, schermi, tetti, luci urbane e una città apparentemente normale. Ma proprio tale sottrazione produce una forma di inquietudine ancora più disturbante, perché il film sembra chiedere allo spettatore di immaginare ciò che la macchina da presa ha deciso di non mostrare.

Attraverso questo coro di voci, Naza si configura così come un inequivocabile atto d’accusa nei confronti del sistema che ha prodotto la devastazione di Gaza, ma anche come il documento di una frattura interna. Alcuni degli uomini che raccontano quelle operazioni sembrano infatti confrontarsi con la consapevolezza tardiva della propria partecipazione a un meccanismo di cui riconoscono ora la natura criminale. Il film, tuttavia, evita di trasformare questa dimensione in una facile storia di redenzione: ciò che interessa ad Abraham e Szor non è tanto la psicologia dei singoli quanto il funzionamento di una macchina nella quale le responsabilità individuali sono state distribuite e diluite.

È questa attenzione ai meccanismi della violenza, più ancora della singola rivelazione, a rendere Naza un’opera necessaria. Come già in No Other Land, Abraham e Szor non si limitano a documentare una realtà infatti, ma cercano una forma cinematografica capace di interrogarne le modalità di produzione. Qui la loro scelta è ancora più radicale: sostituire alla spettacolarizzazione della guerra la sua rappresentazione indiretta, affidandosi alle parole di chi ha contribuito a renderla possibile e alle immagini di una città che continua a vivere. Prodotto da The Guardian e James Wilson, con appunto Jonathan Glazer come produttore esecutivo, Naza è un documentario di denuncia che trova nella formalizzazione audiovisiva la propria ulteriore forza politica.

Premio speciale della Giuria a Venezia 83.

 

Regia: Yuval Abraham e Rachel Szor

UK/USA, 2026

Durata: 80′

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NO OTHER LAND (Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham & Rachel Szor)

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