Se Anna Cazenave Cambet è un nome da segnare sia nel taccuino delle registe sia in quello delle sceneggiatrici, il suo Love me tender già presentato nella sezione Un Certain Regard di Cannes è quel film che, almeno per il cinema, cancella il detto “aprile dolce dormire”, dal momento che con questa uscita di Wanted si fa proprio sul serio e non solo perché il film è tosto, solido, intimo e senza alcuno sconto. Più di tutto perché la storia di Clémence, ritratto femminile intenso sgravato da Vicky Krieps, si infila in quella zona che vorresti tenere segreta, nell’anfratto interiore dove si è disposti ad ospitare solo i “se” della vita più disagevoli e le domande sgradite ai fautori del “serviva proprio?”.
Lo sguardo interpellato
Il film ci chiede: Per la protagonista urge, infatti, comunicare il cambio di orientamento sessuale all’ex marito (all’anagrafe non sono ancora divorziati, quindi rogne in vista) che poi è anche l’unico uomo con cui è andata a letto e probabilmente anche l’ultimo e con cui è stata insieme vent’anni e con il quale ha fatto anche un figlio di otto anni. E giacché non si tratta di un cambio di residenza e al netto di una contestuale falsa accoglienza, il marito recepisce la notizia a modo tutto suo e soprattutto progressivamente sempre più problematico.
“Était-ce vraiment nécessaire” è lo stato dell’arte che intuiamo dopo pochi minuti di film, dopo l’incipit dove tutto sembra avere una sua armonia. Sì, era veramente necessario farlo per Clémence e, straordinario, le ragioni di questa obbligatorietà sono un film degno di nota che rimane da scrivere agli spettatori. Se non cogliamo l’esigenza autoimpostasi dalla protagonista di proclamazione della verità, non entriamo nell’essenza del film di Cambet che nasce tutto da un’ingenuità o da un valore, due facce della stessa medaglia. Lo sguardo di fiducia della protagonista sull’alterità appare come qualcosa di infausto che non ci può permettere che in una società ancora troppo omofoba – e siamo in Francia! – e che sarà fatale per Clémence. Dove è arrivata la legge, come ricorderà il film, non è detto che siano arrivati tanti rivoli della società.
Il paesaggio dell’anima di Love me tender
Clémence è positiva nei confronti del suo ex Laurent e questa disponibilità nei suoi confronti è un sentimento in carne ed ossa che la espone, come tutti coloro che amano, a dei rischi come quello di condividere qualcosa di prezioso e strutturante che dall’altra parte non viene accolto nella libertà di ciò che siamo. Fosse stata più positivista magari si sarebbe tutelata e, seppur nell’ombra rispetto alle tinte del suo rinnovato orientamento sessuale, avrebbe potuto condurre una vita serena e continuare a vedere suo figlio secondo gli accordi condivisi con il marito che finora non avevano generato nessuno scontro. “Fino a questo momento” è quello che nella vita codifichiamo come lo spartiacque tra un’esistenza commestibile e l’inferno in terra. La dannazione di un ex marito che alla fin fine non ha le risorse per un trovare un cassetto dove in primis depositare e con calma sedimentare la notizia che ora la sua ex moglie è lesbica è il conto salato che questo disorientamento procurerà e che arriverà come un plotone di esecuzione a Clémence e non di meno al figlio Paul, già impegnato nell’elaborazione della separazione dei genitori.
Ispirato all’omonimo romanzo di Constante Debré (in Italia edito da Solferino) la prospettiva narrativa rimane totalmente a carico di Clémence che, appuntando alla scrivania tutto l’orrore anche giudiziario che man mano purtroppo si dispiega, ripercorre e mette a nudo le identità che la protagonista racchiude. Per rimanere allo sport che Clémence pratica con assiduità, potremmo dire che la protagonista nuota in tutte le corsie a disposizione della sua piscina olimpionica e senza discriminare nessuna di queste o indurre un podio dettato dalle convenzioni sociali.
Clémence è una madre e fa di tutto per non arrendersi all’esclusione dalla vita del figlio a cui progressivamente la costringe il marito, in ogni caso è anche una donna che ha delle storie con altre donne (l’adolescenza della scoperta di questo orientamento sessuale), che si innamora di un’altra donna (la maturità della scoperta), ma che non può esperire alla luce del sole nella sua comunità affettiva e sociale questo traguardo altrimenti l’ex marito le impedirebbe anche gli incontri controllati con il figlio. Le identità non finiscono qui: Clémence è anche figlia di una donna che è mancata proprio all’età che lei incarna ora in questo passaggio stretto della sua vita e qui la psicanalisi avrebbe da divertirsi sulle pene di noi umani, ma è anche una donna che scrive delle sue sofferenze tanto da emanciparsi come scrittrice e afferrare una maggior indipendenza economica.
E soprattutto Clémence è frutto della penna di un romanzo senza compressi sostenuto al cinema dal coraggio di un’altra autrice come Cambet: «Non vedo perché l’amore – scrive Debré nell’opera letteraria di ispirazione – fra una madre e un figlio non dovrebbe essere esattamente come tutti gli altri amori. Perché non si possa smettere di amarsi. Perché non ci si possa lasciare. Perché non dovremmo potercene fregare, una volta per tutte.» Respiro profondo, possiamo anche tornare indietro a rileggere queste tre righe che potrebbero mandare a fuoco confessionali e anche microfoni… Stare in questo tipo di odore scenico significa di fatto stare nel profumo di un femminile che si guarda anche oltre la maternità, ma significa anche sentire la puzza di lutto che certe separazioni possono rilasciare senza fine nella nostra vita.
Siamo in panorami da vertigini che non tutti sanno o anche semplicemente desiderano affrontare, ma che personalmente – inevitabilmente anche da madre – ho vissuto con grandissimo rispetto e coinvolgimento cercando di cogliere empaticamente ogni minima sfumatura che mi arrivava dal polittico Krieps-Debré-Cambet. Non manca nemmeno la vetta in questo panorama che si incarna proprio in un finale assolutamente non consolatorio, ma al contempo riavvicinante, e quindi anche calmante, alla condizione dello “stare”, molto evangelica, nelle situazioni della vita che non sempre possono avere delle risoluzioni complete o appaganti.
Per dirla in altri termini, il film porta ad elaborare il lutto di chi è ancora in vita, una sorte innaturale che può toccare in dono quando decidiamo di percepirci nella libertà di ciò che siamo o che abbiamo scoperto di essere perché nulla è fermo, nemmeno quel marito che doveva essere un angelo di accoglienza e invece si scopre capace di una cattiveria oscura e senza remore. Potremmo stratificare ulteriormente l’analisi dicendo che Paul-Isacco e Clémence-Abramo sono coppie che emergono dalla nostra sensibilità in questo altare del sacrificio della (propria) fede con la possibilità di chiederci in che cosa crede Clémence per reggere questa convocazione, a quale dio odierno ubbidisce ma chiuderla anche velocemente con l’evidenza che purtroppo Laurent non è Dio e non vedremo nessun ariete sostitutivo.
I legami di Love me tender
Love me tender non fa a pugni con tanti film, consigliati anche in questa rubrica, che vanno dentro al grande calderone dell’affido sia come istituzione di supporto in caso di genitorialità “affaticate” sia come prassi tra genitori condivisa o esclusiva nel caso della separazione di coppia. Di certo il film di Cambet ha anche, come delineato, tanti altri filoni narrativi che lo rendono un unicum con tante porte di accesso. Inevitabilmente, quindi, voglio citare anche il docufilm Tua madre di Leonardo Malaguti e scritto con Margherita Arioli, già disponibile, che reputo assolutamente da vedere per il suo piglio semiserio – a tratti irriverente e a tratti geniale, a tratti futuristico e a tratti perfino delicato – e sicuramente in grado di catturare i paradigmi delle nuove generazioni sullo schermo e in platea.
Nella finzione Dania Rendana, giovane studentessa di cinema, si scopre incinta e decide di fare un documentario sulla percezione sociale odierna del suo stato interessante e dal quale vorrebbe trarre anche delle consapevolezze per decidere cosa fare della sua gravidanza. In questo viaggio di reale ascolto raccoglierà disparate interviste (perfino la ministra Roccella) senza preclusioni di appartenenze culturali, politiche o religiose. La più bella “indicazione” arriverà, in tal senso, da una suora laica che non voglio svelare qui. Programmatelo senza timori dissacranti!
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