Dare del “piccolo” a Manas – Sorelle della brasiliana Marianna Brennard con 42 premi internazionali, tra cui Miglior Regia alle Giornate degli autori veneziane, appoggiato ufficialmente da Julia Roberts e prodotto da Sean Penn con i fratelli Dardenne e Walter Salles sarebbe assurdo. Eppure, se non si è inclusi nel roboante perimetro hollywoodiano, sappiamo che in questa stagione dell’anno può capitare di finire tristemente “svisti”. Ci permettiamo, allora, di segnalarvi quest’opera che in poco più di novanta minuti riesce ad orientare il nostro sguardo alle viscere più profonde, tra abusi e riscatto, dell’isola di Marajó nella foresta amazzonica (stato Pará, nel nord del Brasile).
Lo sguardo interpellato
Il film ci chiede: se è possibile credere nel cinema come atto socio-politico per rompere le prigioni incestuose e abusanti in cui finiscono tante donne nelle geografie più disparate. Pareti domestiche, chiatte commerciali, capanne di frasche: cambiano i luoghi ma l’approccio nell’isola rimane di potere dell’uomo sulla donna vista come una proprietà finalizzata al sesso, indipendente dai legami di sangue e dalla tenera età.
Quello indagato nell’opera d’esordio alla finzione di Brennard, anche co-sceneggiatrice, è un metodo-mentalità che attraversa purtroppo il genere maschile del territorio: «Mentre facevo ricerche nei remoti villaggi – racconta la regista – della foresta pluviale amazzonica, ho incontrato donne che avevano subito traumi immensi fin da piccolissime. Sono state abusate sessualmente all’interno delle loro stesse case, dai loro padri, nonni, cugini, fratelli, zii e amici di famiglia. Persone di cui si fidavano, proprio da coloro che avrebbero dovuto sostenerle e prendersi cura di loro».
A questa perversione che si annida diabolicamente nel focolare incapace di proteggerle, si unisce la tensione abusante e brutalizzante che le ragazze sperimentano quando escono di casa già violate. Con queste premesse viene da aspettarsi un film totalmente respingente e, invece, la regista forte della sua filmografia da documentarista si pone delle domande di sguardo che consegnano al pubblico un’opera delicata, mai violenta nelle immagini eppure onesta e coraggiosa: «Ma come rappresentare – si chiede Brennard – ciò che nessuno vuole vedere? Ciò che non si riesce a sopportare di vedere. Come rappresentare la violenza senza infliggere altra violenza?».
Il paesaggio dell’anima di Manas
Nato da 10 anni di ricerche nella fitta giungla amazzonica, Manas situa la narrazione sulla routine di una famiglia numerosa dell’isola, con una madre nuovamente incinta e un padre che fa di tutto per creare le condizioni per dormire con le figlie femmine. La figlia maggiore non c’è più. Quale sia stata la sua sorte non è chiaro, ma la madre ne parla come una dipartita onorevole, fatta di sfarzo e ricchezza e soprattutto di un uomo che se l’è portata via creando così una mitologia tutta da dimostrare. La preadolescente Tielle sarà la prossima vittima. Del silenzio della madre? Di una sorella maggiore che prima di andarsene non l’ha protetta o quantomeno messa in guardia? Di un padre che si definisce «uomo di Dio» e che prima la abusa e poi la definisce «zoccola» se tenta di prostituirsi sulla chiatta per andarsene via da lì dopo che è stata violata da chi l’ha messa al mondo?
La risposta alle domande di sguardo della regista è, allora, una sola: non consegnare le vittime ad un altro stupro con le immagini e Brennard, formatasi in cinema in California, si dimostra a suo agio nel saper costruire un racconto dove tutto risulta alla luce del sole senza mai essere obbligata a mostrare, risultando così in termini estetici mostruosamente corrispondente all’approccio omertoso che vige nelle famiglie. Lo sguardo è indotto a cogliere autonomamente quanto le famiglie siano delle trappole in cui le ragazze cadono in modo quasi fiabesco. Alcuni oggetti o dinamiche come la caramella, i “nuovi giochi tra me e te”, il fucile come alleanza di un oggetto adulto finora proibito e il fango del fondo fiume che il padre si spalma sul volto imitando scherzosamente un mostro diventano il lessico di un inconsapevole corteggiamento che prelude l’implacabile voracità maschile. Il fango e il fucile verranno ripresi anche nel finale – no, non lo non sveliamo – confermando uno sguardo che preferisce prediligere gli oggetti del potere all’atto in sé.
Colpisce tantissimo la solitudine con cui devono convivere le ragazze man mano che entrano in questa foresta (il bosco delle fiabe) di feroce prevaricazione e la gravità di un tessuto sociale, in primis familiare, totalmente indigente di un dialogo schietto e onesto, delicato e empatico che possa consentire alle vittime di vedere anche soltanto uno spiraglio rispetto alla propria condizione. Il controllo della polizia nella chiatta commerciale darà modo a Tielle di incontrare una donna non conforme al sistema che attraverso un disegno, dei colori e delle domande chiare e precise la aiuterà a verbalizzare, anche soltanto con un cenno della testa, l’effettiva esistenza delle violenze.
La poliziotta partirà dal rossetto, simbolo di erotizzazione per queste ragazze che a stento hanno da mangiare, per poi visualizzare e delimitare nel disegno che Tielle sta colorando come una bambina innocente, di una famiglia non tale, alcune sezioni del corpo definite come «parti intime» e di cui nessuno può prendersi il diritto di toccare. Sarà impossibile tornare a prima del rossetto e il film pazientemente rende ragione di questo trauma violento irreparabile, ma sarà possibile coltivare a tutti costi e senza sconti per nessuno il desiderio di impedire la stessa sorte prima di tutto alla propria sorella.
E se di sorellanza non è mai morto nessuno, al massimo ne abbiamo tratto guarigioni e condivisioni terapeutiche, a perire saranno in realtà le azioni mostruose e l’idea fallace che la famiglia vada sempre e comunque difesa e scusata. Con buona pace della santona che in riferimento alla famiglia come progetto benedetto di Dio incita le persone, in gran parte donne dell’isola, ad adeguarsi al precetto «Se avete qualche problema a casa, accettatelo e abbiate fede». Il messaggio è pervenuto, con “Alleluia” al seguito dei partecipanti, ma anche rimandato al mittente a tempo debito dalla protagonista.
I legami di Manas – Sorelle
Inevitabilmente il pensiero corre ad Emma Dante in primis con l’opera Misericordia (2023), anche se andrebbe considerata ancor prima la sua produzione teatrale, sempre genialmente schierata contro la ferocia abusante del sistema patriarcale. Merita di essere citato anche il film Princess (2023) di Roberto De Paolis sulla quotidianità di una donna nigeriana di 19 anni costretta a prostituirsi e, con la speranza che arrivi presto in sala, anche The garden of earthly delight dell’olandese Morgan Knibbe, il film vincitore dell’ultima edizione del Festival del Cinema di Torino, ambientato in una baraccopoli di Manila e sulle tracce dei due fratelli Ginto e Asia esposti purtroppo ad un mondo tutt’altro che tenero.
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