Queens, metà anni ’80. Gary e Irvin Pearl sono fratelli dai temperamenti opposti: tanto il primo, ex ispettore di polizia è esuberante, intraprendente e spregiudicato, il secondo, ingegnere, è il classico mite uomo di famiglia, sposato e con due figli adolescenti. Attratto da un affare allettante, Gary vuole coinvolgere il fratello per alcune perizie. Il problema subito evidente è che si tratta di qualcosa di losco connesso ai traffici della mafia russa. La spirale che travolge i Pearl, così come la moglie di Irvin, è apparentemente senza uscita.
Con il gangster drama Paper Tiger, ovvero la tigre di carta, James Gray è tornato alle origini delle proprie tematiche e ispirazioni creative. Raffinatissimo cineasta newyorkese di origine ebrea-ucraina molto amato dalla cinefilia internazionale, Gray basa esplicitamente anche questo suo nono lungometraggio su alcuni elementi autobiografici strutturandoli sui canoni della tragedia classica, nella fattispecie dell’Agamennone di Eschilo che viene citato in esergo in apertura del film. La spirale che coinvolge Gary e Irvin Pearl – rispettivamente interpretati dagli dagli ottimi Adam Driver e Miles Teller, mentre la moglie di quest’ultimo è perfettamente restituita da una Scarlett Johansson all’altezza – è quanto permette al regista, qui anche sceneggiatore, di esplorare in profondità i suoi personaggi, evidenziandone differenze, contraddizioni, fragilità. La famiglia, anch’essa topos immancabile nella filmografia di Gray, è il luogo terminale degli equilibri e della solidarietà, laddove i legami di sangue alla fine non tradiscono. Perfettamente calibrato nei tempi, nei ritmi e nei suoi chiaro-scuri del proprio quartiere nativo, questo crime-drama umanista riesce a scavare con sensibilità e realismo tra le pieghe intime e universali dell’esistere.
