La convivenza civile e le diverse regole su cui è fondata. Le tensioni che agitano il mondo odierno, alimentate da un esercizio autoritario del potere. Le ferite del Novecento e i traumi di guerre sanguinose, pagine nere di una Storia orfana di ogni libertà, collettiva e individuale. E, soprattutto, la rimessa al centro dell’essere umano, con le sue fragilità e i suoi disorientamenti, ma anche con le sue spinte inesauribili a trovare un proprio, autentico spazio di vita.
Sono questi i temi che hanno caratterizzato la 79ª edizione del Festival di Cannes, sospeso, a sipario calato sui ventidue lungometraggi in concorso, tra presente e passato, con un palmarès che ha gettato uno sguardo attento e critico sull’Europa, di oggi e di ieri, a cominciare dalla Palma d’oro assegnata a Fjord del regista rumeno Cristian Mungiu, alla seconda vittoria sulla Croisette dopo quella del 2007 con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni. Un film, il suo, sorretto da una sceneggiatura calibratissima che, in un confronto serrato oscillante da una posizione all’altra, interroga con estrema lucidità da un lato i sistemi educativi, l’impianto normativo e l’impalcatura sociale scandinava, da sempre aperta, tollerante e inclusiva ma ancorata, nella sua tutela di ogni persona, ad un ossessivo controllo istituzionale, dall’altro l’arcaica concezione patriarcale e i rigidi fervori religiosi di una famiglia rumena con cinque figli, due adolescenti, due bambini e un piccolo di pochi mesi, stabilitasi in un paesino su un fiordo norvegese ma accusata di maltrattamenti verso i propri ragazzi dopo la scoperta, a scuola, di lividi sul loro corpo. E per questo, dopo la segnalazione di alcune insegnanti, l’intervento di un’assistente sociale, l’allontanamento dei due figli adolescenti, finita sotto processo.
L’Europa e i suoi confini, lacerati da un conflitto armato o lasciati in mano alla piccola criminalità, sono il territorio cinematografico anche di Minotaur del russo Andrey Zvyagintsev e Das Geträumte Abenteuer della tedesca Valeska Grisebach, il primo vincitore del Gran premio della giuria, la seconda vincitrice del Premio della giuria. Nell’eccellente, percussivo Minotaur la riflessione sulle scelte etiche e sui valori morali si condensa nella messa in crisi dell’istituzione famigliare, una caduta verticale, con l’omicidio della moglie da parte di un imprenditore nel settore della logistica, apparentemente estranea alle scelte politiche del Cremlino, ma in realtà del tutto conseguente, con l’invasione russa dell’Ucraina indicata come causa incontrovertibile della dissoluzione del Paese. In Das Geträumte Abenteuer, invece, assai meno incisivo per la sua sostanziale evanescenza, una piccola città della Bulgaria al confine con Turchia e Grecia, ai margini di un’Europa dimenticata, vede l’arrivo di una donna, un’archeologa di mezza età originaria di quelle zone, incrinare gli equilibri di una regione controllata unicamente da uomini, un mondo totalmente abbandonato a se stesso.
I verdetti espressi dalla giuria, presieduta dal regista sudcoreano Park Chan-wook, si sono tradotti, nell’assegnazione del Premio alla miglior regia, in un ex aequo: l’ambizioso, pomposo, esibizionistico La bola negra di Javier Calvo e Javier Ambrossi, che partendo dal 1932 e dal 1937, intersecandoli con il 2017, rievoca le ferite della guerra civile spagnola congiungendole alla contemporaneità attraverso la memoria collettiva e l’identità di genere, e il magnifico Fatherland del polacco Paweł Pawlikowski, che, raccontando in un suggestivo b/n il viaggio dello scrittore Thomas Mann e di sua figlia Erika nella Germania in macerie del 1949, mette anch’esso in dialogo il passato storico europeo con l’attualità politica continentale. Un’opera esemplare, nell’unione magistrale di forma e contenuto, capace di porsi come ulteriore, stimolante riflessione sulle radici della democrazia, tanto dolorose quanto, proprio per questo, imprescindibili.
Guardano ancora e sempre alle fratture belliche novecentesche pure Notre salut del francese Emmanuel Marre (Premio per la miglior sceneggiatura) e Coward del belga Lukas Dhont, i cui i giovani protagonisti Emmanuel Macchia e Valentin Campagne sono risultati i migliori attori di Cannes 2026. Notre salut, attraverso la rievocazione della figura di un bisnonno ‘collaborazionista’ del regista, racconta con precisione chirurgica, al netto di un’eccessiva verbosità, l’epoca del governo di Vichy, nella Francia invasa dai nazisti, e il suo silenzioso ma funzionale apparato burocratico. Coward, invece, arretra l’azione al primo conflitto mondiale, osservandolo con rara sensibilità umana attraverso i compiti di un reparto addetto ai rifornimenti di cibo e attrezzature, incaricato di organizzare spettacoli teatral-musicali per tenere alto il morale dei soldati al fronte.
In un festival complessivamente di medio livello che, nel suo atto conclusivo, ha trascurato un film intenso come El ser querido di Rodrigo Sorogoyen (nel quale il dispositivo cinematografico emerge in tutto il suo potenziale di ripensamento dei rapporti interpersonali, facendo della finzione lo strumento privilegiato per interferire e riplasmare la realtà), ad essere insignite del titolo di migliori attrici del concorso sono state le protagoniste dell’emozionante Soudain di Ryusuke Hamaguchi, la francese Virginie Efira e la giapponese Tao Okamoto. Interpreti convincenti di un’opera-fiume, lunga ma delicata, un trattato di antropologia e sociologia, in forma cinematografica, pieno di vita anche se contrassegnato dalla morte.
