Esteban è un famoso e pluripremiato regista cinematografico. Ha abbandonato sua figlia Emilia, ora adulta, da piccola, e non la incontra da 13 anni. Nel tentativo di ricucire il rapporto, e per dare una mano alla giovane che aspira a una carriera da attrice, le offre un ruolo di rilievo nel suo nuovo film.
Basterebbero i primi 18 minuti del film per confermare, ancora una volta, Rodrigo Sorogoyen quale uno dei cineasti più talentuosi della contemporaneità. Dettata quasi da improvvisazione dai due attori – Javier Bardem e Victoria Luengo – è un avvicinamento costante ai loro corpi mentre, seduti al tavolino di un ristorante, provano a trovare un dialogo vincendo le esitazioni di un incontro ad alto tasso emotivo. Il regista madrileño li accarezza con un campo controcampo fluido, denso di pìetas, inquieto come loro. Il dispositivo del regista che partecipò a Cannes fuori concorso nel 2022 con il magnifico As Bestas, è già partito nel suo formidabile viaggio esplorativo dei suo due protagonisti. Un viaggio fatto di cinema puro, di estasi umanista, di esplosioni emotive. Perché il settimo lungometraggio di Sorogoyen è intimo ed epico insieme, elaborando il rapporto tutto da sanare e costruire da zero fra un padre e una figlia all’interno del meccanismo meta-cinetografico, ovvero rivestendosi entrambi di ruoli e maschere attraverso cui guardare e farsi guardare. Quando il film si sposta sul set allestito nelle zone desertiche di Fuerteventura il vento dell’isola cresce, e il loro rapporto non può che mettere a nudo le fratture profonde, le ferite ancora aperte. Fino a esplodere nella scena madre di ripetuti ciak in cui Javier Bardem – in stato di assoluta grazia per tutto il film – mette in scena una tirannia degna di essere ricordata nella Storia della recitazione cinematografica.L’abbacinante bellezza di quest’opera risiede in un’impostazione formale prodigiosa e coraggiosa, che il 44enne Sorogoyen ha realizzato sperimentando una radicale mescolanza di formati. In El ser querido infatti convivono la pellicola (super8, 16, 35 e 65mm), il digitale, diverse lenti e texture, il colore acceso e il bianco&nero; il tutto con perfetta aderenza alla narrazione messa in scena, densa di tematiche elevate quali la ricerca del perdono di un padre verso una figlia. L’Effetto notte di Sorogoyen, che può essere anche il suo Close-up, I protagonisti, 8 e 1/2, giusto per citare alcuni fra la miriade di titoli sul meta-cinema, è un’opera che fa vibrare il pubblico, nel cuore, nella testa e nello spirito.
