Marina, 18 anni, orfana fin da giovanissima, raggiunge la Galizia da Barcellona sulle tracce della famiglia del padre biologico, morto di AIDS in circostanze non chiare. Qui, incontrando zii, cugini e parenti mai conosciuti prima, cercherà di ricomporre i ricordi, talvolta contraddittori, dei suoi genitori e del loro amore travolgente, riportando alla luce emozioni familiari a lungo sepolte, verità non dette e ferite mai del tutto rimarginate. Al suo terzo lungometraggio, la regista Carla Simón, già Orso d’Oro nel 2022 con Alcarràs, utilizza la macchina da presa con dolcezza e intensità, restituendo l’intimità e la profondità di un viaggio nella memoria, sulle radici ritrovate, sui legami familiari e sulla verità delle parole che andrebbero dette.
Lo sguardo interpellato
Sulla scia dei film precedenti, lo sguardo di Carla Simón (Barcellona, 1986) s’immerge nella storia particolare di Marina, la neo-diciottenne protagonista della vicenda alla ricerca della verità sui suoi genitori, morti entrambi di AIDS (il padre, in particolare, in circostanze poco chiare). Offrendo allo spettatore la possibilità di aprire una riflessione più universale sul senso della memoria, delle radici identitarie e dei legami familiari – autentici o fasulli –, questo film dal respiro universale guarda anche alla storia e alle ferite del proprio Paese in un drammatico periodo storico.
Carla Simón propone un’idea di cinema fortemente ancorata al proprio territorio; nel corso di questi tre lungometraggi, ha sempre saputo osservare dalla giusta distanza e con intelligenza le complessità della fitta trama dell’esistenza umana. Sia l’esordio, il luminoso Estate 1993 (candidato spagnolo all’Oscar nel 2017), sia il secondo lungometraggio Alcarràs (Orso d’oro a Berlino 2022), hanno rivelato la sua straordinaria capacità di leggere la famiglia come luogo di relazioni fondamentali e contraddizioni latenti: uno scenario imperfetto, determinato dalla presenza di segni inequivocabili ma anche dall’assenza di non-visti e non-detti colmi di ambiguità.
Mentre l’autobiografico Estate 1993 offriva un affascinante studio di psicologie infantili e adulte a confronto, il non meno audace Alcarràs creava un forte legame tra uomo e natura, svelandone opportunità e limiti e focalizzando l’attenzione sul vero significato di comunità e condivisione. Simón mantiene salda la propria traccia autobiografica – la regista è infatti figlia di genitori uccisi dall’AIDS quando lei era molto piccola – e con Romería – Il mare dei ricordi prende spunto proprio da questa duplice intuizione: cosa significa famiglia? Cosa vuol dire condividere?
Il paesaggio dell’anima di Romería – Il mare dei ricordi
Dalle dichiarazioni della regista si percepisce l’urgenza di fare cinema in modo impegnato, dialogando con lo spettatore intorno a ciò che conta nella vita. La famiglia numerosa le ha permesso di attingere a una vasta gamma di storie e situazioni ritenute affascinanti proprio perché, in un certo senso, subite e non scelte. Questo è anche uno degli aspetti che rende Romería un film molto genuino, capace di mettere in scena il desiderio di libertà di Marina senza mai appesantire il racconto in maniera didascalica. Come un diario di bordo, Marina registra tutto e si pone di continuo domande che, di riflesso, convocano lo spettatore a condurre una riflessione analoga.
La regista ha dichiarato: «All’età di 18 anni, sono partita per incontrare la famiglia di mio padre e scoprire la storia dei miei genitori. I miei genitori erano giovani durante la transizione democratica spagnola degli anni ’80, un’epoca di libertà e sperimentazione in cui i giovani rompevano con i valori ereditati da una società profondamente cattolica e conservatrice. Tuttavia, questo tanto atteso periodo di libertà, noto come “La Movida”, portò con sé anche una crisi di eroina che rese la Spagna il paese con il più alto tasso di morti per AIDS in Europa. Queste storie, tuttavia, sono state spesso messe a tacere».
Proporre Romería – Il mare dei ricordi in una sala della comunità, oggi, significa esporsi con il pubblico in modo non banale: è un film sulla memoria, anzitutto, e su quegli sfuggenti momenti familiari che potremmo non comprendere mai appieno. Significa mettersi in dialogo con una materia filmica incandescente ma onesta per come racconta e, di fatto, smonta la famiglia, tratteggia la giovinezza e, infine, affronta l’ostacolo principale legato allo stigma che circonda l’AIDS, che oggi sembra essere totalmente fuori dai radar. Se si coglie la profondità di un film che tende, come precisato dalla regista, «a recuperare l’eredità di una generazione dimenticata che ha subito le duplici conseguenze della dipendenza da eroina e della comparsa di un nuovo virus», allora il pubblico valorizzerà il tentativo della regista di ricreare una memoria negata. Possiamo creare la nostra memoria quando questa non esiste?
I legami di Romería – Il mare dei ricordi
Nei suoi primi tre lungometraggi, Carla Simón ha sempre messo la famiglia al centro della narrazione. Ma Romería – Il mare dei ricordi è anche un film sul desiderio di fare cinema: Marina riprende di continuo con la sua telecamera, che assume un ruolo fondamentale. Il film, dunque, può essere inteso anche come il racconto della nascita dello sguardo di una regista: un’opera sulla memoria e sul bisogno di spiegarci, di trovare un racconto che dia senso a ciò che siamo. Un bisogno che nasce, come dichiarato dalla regista, «anche da una certa frustrazione: cosa succede quando non hai quel racconto, quando nessuno intorno a te sa dirti in modo soddisfacente da dare dove vieni e chi sei? Nel mio caso, il cinema è stato lo strumento che mi ha permesso di inventarlo, di costruirlo per me stessa. Le immagini che ho creato si basano sull’immaginazione, ma quando vengono impresse sullo schermo diventano reali. Questo parla della libertà che abbiamo di inventare quando non possediamo una versione chiara della nostra storia. Come mostra il film, la memoria non è né oggettiva né affidabile, è profondamente soggettiva. Ciò che abbiamo vissuto è già accaduto, ma lo ricordiamo ogni volta in modo diverso. Il cinema mi ha dato la possibilità di inventare la mia storia e di vivere in pace con il mio passato».
In questo senso assume un peso decisivo la lunga sequenza onirica nell’epilogo del film, tutta costruita con l’immaginazione e considerata dalla regista un modo potente e validissimo di avvicinarsi alla verità vissuta. Si tratta di una lunga sequenza in cui sono evidenti i rimandi ad Antonioni (Zabriskie Point) o Bergman (Monica e il desiderio), ma che guarda anche ai protagonisti di More(giovani hippie che sperimentano droghe a Ibiza) e ai dipinti della pittrice surrealista galiziana Maruja Mallo.
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