Home MINDSCAPES - i paesaggi dell'anima In cerca di perle: AGENT OF HAPPINESS – IL BHUTAN E LA FELICITÀ

Matteo Mazza

22 Luglio 2026

In cerca di perle: AGENT OF HAPPINESS – IL BHUTAN E LA FELICITÀ

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Cosa riguarda la felicità? Il “consumare”, il “realizzare”, il “desiderare”? A queste e ad altre domande tenta di rispondere il film realizzato dalla coppia Arun Bhattarai (lui dal Bhutan), Dorottya Zurbò (lei dall’Ungheria). Sotto le mentite spoglie del documentario, il film racconta il viaggio condotto da una coppia sgangherata e simpatica di agenti poco convenzionali, alla scoperta delle contraddizioni e dell’identità di un paese come il Bhutan, dove si ritiene possibile misurare la felicità. Già noto per altri due suoi lavori dedicati al legame tra uomo e territorio bhutanese (The next guardian, Mountain man), Arun Bhattarai (nato nel 1985 a Thimphu, in Bhutan) sceglie lo sguardo disincantato e ironico di chi non si dimentica dell’umano e interpella lo spettatore a partire dalle cose che contano.

Lo sguardo interpellato

Agent of happiness (il titolo originale è più efficace perché richiama la dimensione dell’indagine dei due buffi funzionari, dialogando con i generi cinematografici) risulta interessante soprattutto quando i due registi sottolineano la presenza invasiva e (dal nostro punto di vista) grottesca degli spot televisivi dedicata alla figura del monarca e alla sua visionarietà, traducendo così uno scarto tra realtà e percezione, povertà e potere.

D’altra parte, se si volesse davvero affrontare la questione, per analogia il film farebbe emergere identiche questioni anche dalla parte occidentale del mondo: come mai, pur essendo la nostra vita “migliore” in termini di opportunità di quella che conducevano i nostri nonni, non siamo tuttavia più felici di loro? Da cosa deriva allora la felicità? Dall’appagamento, cioè dalla possibilità di soddisfare i propri desideri attraverso il possesso di cose, beni, mezzi? Basterebbe considerare l’aumento del reddito pro‐capite e il conseguente maggior consumo: come mai allora il livello della “felicità percepita” non è cresciuto? Inoltre, il film suggerisce un’altra prospettiva con cui osservare la scena: ma una concezione di felicità costruita sull’assenza di problemi e turbamenti e non sulla presenza di reali motivi di felicità, può davvero bastare all’uomo? Se è vero che nessuno può evitare di soffrire, come possono coesistere dolore e felicità?

Agent of Happiness

Il paesaggio dell’anima di Agent of happiness – Il Bhutan e la felicità

Amber e Guna, funzionari inviati per conto del regno a compiere una sorta di indagine e riuscire così a calcolare l’indice di felicità degli abitanti del Bhutan. Tra pascoli e montagne, allevamenti e desolazione la domanda di felicità provoca non poco anche lo spettatore. Lo sguardo si concentra su Amber, uomo di mezza età, il protagonista dell’intreccio che vive ancora con la madre anziana di cui si prende cura amorevolmente. Mentre chiede agli altri se sono felici in base al numero di bestie o mezzi di trasporto che possiedono, si accorge di essere in attesa della felicità e dell’amore: è straniero, vuole la nazionalità, trasferirsi in Australia, viaggiare.

Nel frattempo, tra una curva e l’altra, un viaggio in auto con Guna e nuovi incontri, Amber attraversa un paese che viene raccontato a partire dalle storie delle persone che lo abitano: un anziano pastore vedovo che rimpiange il passato perché ora il territorio è pieno di edifici, una ballerina transgender che confessa l’urgenza interiore di dichiarare la propria identità, un ex studente che ha scelto di vivere in campagna, un uomo, le sue tre mogli e i suoi undici figli, una ragazza spaventata dai genitori alcolizzati. Lo schedario presenta la bellezza di 148 quesiti e pone ciascun intervistato di fronte a un ideale, per quanto riduttivo, bilancio esistenziale. Al contempo, la semplicità, l’umiltà e la povertà che definiscono queste persone e le loro condizioni esistenziali, fanno emergere la tenacia di un popolo che, seriamente, conduce una vita dignitosa ma non per questo è felice.

Non arrivano facili risposte, anzi. Il film lascia lo spettatore di fronte a una serie di non detti, silenzi, vuoti che vogliono espandere il senso dell’indagine condotta dai due funzionari, all’interno, ma anche dai due registi, all’esterno. Attraverso il dialogo persistente tra figure umane e natura, elementi antropici e paesaggi ancestrali, il film mette in discussione non solo l’idea stessa di felicità ma pure la possibilità che questa possa diventare immagine da fotografare e immortalare, fissare in uno sguardo.

I legami di Agent of happiness – Il Bhutan e la felicità

Ciclicamente, non mancano i titoli che pongono lo spettatore di fronte agli interrogativi scaturiti dalla domanda di felicità. E di recente non sono mancati i film provenienti dal Bhutan dove la felicità dei suoi abitanti è considerata parte del prodotto interno lordo, un modo per assicurare che la graduale modernizzazione del paese (ancora quasi impercettibile) non intacchi la spiritualità buddhista. Sia Lunana – Il villaggio alla fine del mondo, sia C’era una volta in Bhutan (entrambi di Pawo Choyning Dorji) proponevano vicenda strutturate intorno a una domanda di felicità intrinsecamente umana: da una parte il lavoro di insegnante che conduceva di fronte al senso di gratificazione e realizzazione professionale in una società che qualifica in base ai titoli, dall’altra la presenza o l’assenza di armi che rivelavano il bisogno di sentirsi al sicuro alla maniera degli altri. Da un altro mondo (Mongolia, comunque non così distante) proveniva pure Se solo fossi un orso di Zoljargal Purevedash dove la vicenda dell’adolescente talentuoso faceva emergere le complessità e le contraddizioni di una società sempre più faticosamente disperata.

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