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Sotto lo sguardo dei Moai

Francesco Crispino

3 Settembre 2026

WILD HORSE NINE (Martin McDonagh) la recensione
Sotto lo sguardo dei Moai

Approfondimenti cinema, Venezia, Filmcronache | 0 commenti

Poco prima del colpo di Stato cileno del 1973, due agenti della CIA, Chris  e Lee, vengono inviati da Santiago all’Isola di Pasqua dal loro capo di sezione. Tra le iconiche statue dell’isola, mentre i due partner di lunga data lottano con i loro oscuri passati e le cospirazioni del presente, il nuovo legame di Chris con una coppia di studentesse ribelli minaccia di mandare all’aria il viaggio di tutti in questo remoto paradiso.

Ci sono registi che, film dopo film, ampliano il proprio universo, e altri che sembrano invece scavare sempre più in profondità dentro lo stesso territorio. Martin McDonagh appartiene certamente alla seconda categoria. Il suo cinema gira ostinatamente intorno a poche ossessioni — la violenza, la solitudine, l’incomunicabilità, il senso di colpa, l’impossibilità di sottrarsi alle conseguenze delle proprie azioni — per metterle ogni volta in relazione diversa con il grottesco, l’assurdo e un umorismo nero capace di trasformare il tragico in comico e viceversa. Wild Horse Nine, suo quinto lungometraggio, sembra arrivare proprio a definire questo percorso: non perché ne rappresenti una sintesi, ma perché porta molti degli elementi della sua poetica a una forma compiuta, più consapevole e soprattutto più essenziale.

Ennesimo Buddy-movie di filmografia esigua, Wild Horse Nine è forse il titolo nel quale la regia di McDonagh raggiunge la maggiore densità formale. La messinscena è asciutta, rigorosa, attraversata da soluzioni visive affascinanti, mai esibite e che danno l’impressione sempre di ricercare il modo migliore per mettere in relazione i personaggi con lo spazio che li circonda. D’altronde nel cinema di McDonagh i luoghi non sono mai semplicemente luoghi. I paesaggi, spesso ampi e apparentemente estranei alla dimensione dei suoi personaggi, assumono una funzione profondamente simbolica: diventano il riflesso di una condizione interiore, ma anche la rappresentazione concreta di una distanza, di un isolamento, della difficoltà di stabilire un rapporto con ciò che sta al di fuori.

Anche per questo non è casuale che qui Mc Donagh ritorni a uno spazio insulare. L’isola è una figura ricorrente nel suo immaginario, luogo sacro in quanto fisicamente separato dal resto del mondo, che finisce per trasformarsi in una sorta di spazio mentale. Un microcosmo nel quale i personaggi convivono e vi precipitano e dal quale, soprattutto, sembra impossibile fuggire. Ma qui l’isola assume una funzione ulteriore. L’Isola di Pasqua, con la presenza enigmatica e monumentale dei Moai, introduce nel cinema di McDonagh una dimensione quasi mitologica, nella quale il paesaggio sembra esistere prima e oltre gli uomini che lo attraversano. Le statue osservano immobili i conflitti, le paure e le contraddizioni di personaggi che, al contrario, sembrano incapaci di trovare una posizione stabile nel mondo.

È proprio attraverso questo spazio che Wild Horse Nine compie un altro passo significativo. Ambientato alla vigilia del colpo di Stato cileno del 1973, il film porta infatti McDonagh fuori dalla dimensione quasi astratta nella quale erano spesso sospesi i suoi racconti. Per la prima volta la Storia entra direttamente nel suo universo e con essa una dimensione politica che non viene però mai sovrapposta alla black comedy, né utilizzata per conferirle un peso che non possiede. Le due componenti convivono, si contaminano, talvolta si contraddicono, mantenendo intatta quella tonalità instabile che è una delle caratteristiche più riconoscibili del suo cinema.

McDonagh torna qui a raccontare personaggi incapaci di comunicare e condannati a una solitudine dalla quale cercano disperatamente di uscire. Ma l’inserimento della Storia modifica la prospettiva: le conseguenze delle loro azioni non appartengono più soltanto alla sfera individuale. La violenza privata e quella politica finiscono per rispecchiarsi, mentre l’assurdità delle situazioni acquista progressivamente un’ombra più inquietante.

A rendere credibile tale miracoloso equilibrio contribuisce una coppia di interpreti formidabile. Sam Rockwell ritrova una fisicità perfettamente congeniale al cinema del regista britannico, mentre John Malkovich offre una delle prove più belle della sua carriera. Un’interpretazione trattenuta, malinconica, ironica, nella quale la vulnerabilità emerge senza mai essere dichiarata. Proprio questa sottrazione rende il personaggio una figura tragicomica di grande complessità, capace di suscitare nello stesso momento il sorriso e la malinconia.

E forse è proprio qui che Wild Horse Nine trova la sua forza maggiore. McDonagh non sembra avere più bisogno di accentuare gli elementi che hanno reso riconoscibile il suo cinema: la violenza può essere improvvisa senza essere spettacolare, il grottesco nasce naturalmente dal dramma, l’assurdo non interrompe la realtà ma ne è la sua estensione. Persino il paesaggio, così vasto e immobile, e gli animali che lo abitano finiscono per rispecchiare la stessa tragica solitudine dei personaggi.

Il risultato è un film magnifico e perfettamente compiuto. Non tanto perché chiude un percorso, quanto perché dimostra quanto lontano McDonagh possa spingersi rimanendo fedele a se stesso e alle proprie ossessioni. In Wild Horse Nine il suo cinema sembra finalmente trovare uno spazio nel quale tutte le sue contraddizioni possono convivere senza annullarsi: il riso accanto al dolore, la Storia accanto all’individuo, la violenza accanto al desiderio di essere amati. E in mezzo, come le statue che osservano silenziosamente ciò che accade davanti a loro, ci sono ancora una volta i suoi personaggi, incapaci di salvarsi da soli ma ostinatamente alla ricerca di qualcuno con cui condividere la propria disperata solitudine.

Regia. Martin McDonagh

con: John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Mariana Di Girolamo, Ailín Salas, Tom Waits, Parker Posey

Regno Unito, USA, Cile, 2026

Durata: 118′

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