Come un moderno Pinocchio, Luca si perde in cattive compagnie, si allontana dalla scuola e sceglie di andare dai “burattini”, preferisce i morti ai vivi, i “paesi dei balocchi” al lavoro, agli affetti, al padre e alla madre, e come in un Pinocchio alla rovescia troverà il “gatto e la volpe” vestiti da assassini e da bambino vero diventerà “di legno”. Ma Luca non è in una favola, non c’è la fata turchina che può salvarlo.
Edoardo Gabbriellini, volto noto per essere stato il protagonista di Ovosodo (Paolo Virzì, 1997), dirige Emanuele Maria Di Stefano, uno dei giovani attori promettenti del panorama nazionale, nel ruolo di Luca, ventitreenne romano, che vive in una famiglia che lo ha adottato e che lo ama, il padre (Valerio Mastandrea) è un ambulante di prodotti dolciari per le fiere, la madre (Simona Senzacqua) una premurosa casalinga. Luca si muove con i suoi amici tra la periferia e il centro di Roma e ha una fidanzata (Gaia Merlonghi) a cui è molto legato e con cui vorrebbe andare a convivere. Ma Luca sta cercando di capire cosa vuole o non vuole dalla sua esistenza, lascia la scuola serale, cerca, senza impegno, un lavoro. In questa ricerca approda ad una doppia vita, di giorno legata agli affetti e alle amicizie, di notte alla prostituzione, alle feste a base di alcool e droga per racimolare qualche soldo facile.
Il film si ispira al tragico assassinio di Luca Varani e al libro di Nicola Lagioia, pubblicato da Einaudi, nato da un lungo reportage uscito nel 2016 sul Venerdì di Repubblica. La cronaca di dieci anni fa, raccontava come Luca venne seviziato e ucciso da Manuel Foffo e Marco Prato, il 4 marzo 2016 in un appartamento al decimo piano di un anonimo palazzo in via Igino Giordani a Roma. Il libro è una indagine fitta e rigorosa che raccoglie documenti e testimonianze, per guardare nell’abisso. Le due ore del film sono dedicate dal regista ai vivi: a Luca vivo, alla sua vita quotidiana, alla sua ragazza e alla sua famiglia che restano vivi. A quell’adozione “casuale” e un po’ magica -lui, non gli altri due bambini- e a quel terribile destino, altrettanto “casuale”. Dice il regista: “Questo film non offre alcuna spiegazione per la tragedia, nessuna intuizione e nessuna teoria sugli adolescenti o sulla società di oggi. È un racconto di formazione interrotto.”
La sceneggiatura iniziale è stata scritta dai fratelli D’Innocenzo, i quali hanno però deciso di ritirare la propria firma a opera ultimata a causa di divergenze artistiche e della differente visione impressa dal regista in fase di lavorazione. Forse di questo e di altri fattori il film ne risente. Se i movimenti di camera, le riprese di Luca spesso inquadrato attraverso il suo riflesso sugli oggetti che lo circondano, come fosse una fantasmagoria e non una figura reale, danno pregio registico al film, non basta la buona recitazione dei protagonisti a dare struttura ad alcuni passaggi di scrittura che restano superficiali. Le motivazioni per cui il protagonista va verso il mondo della “notte” sono lasciati in sospeso, quasi casuali. Una amicizia iniziale, nata da un inseguimento per futili motivi, non è più ripresa e scompare nell’aneddoto auto-conclusivo. I personaggi vivono la periferia romana, la moderna “mala-borgata”, ma i dettagli tradiscono la poca conoscenza di quel mondo di disagio, che ha molta letteratura e e molto cinema alle spalle, e che in questo caso è lasciato sullo sfondo, tratteggiato con qualche stereotipo e con troppo romanesco nel parlato.
La scelta del doppio finale lascia sorpresi gli spettatori: il primo è quello della cronaca, sanguinosa, della fine, il secondo quello dell’elaborazione del lutto, che vede Mastandrea in una perla magistrale nella scena dell’obitorio. Anche in questo caso il film dice e non dice, non osa entrare nelle forme del cinema di genere e continua mantenendo al centro il tema della famiglia, dell’amore e della vita, recuperando, in parte, le sbavature di sceneggiatura di cui, purtroppo, soffre. Ecco che, sul finale, tanti piccoli Pinocchio sono mostrati sullo scaffale della cameretta del ragazzo, a chiudere il senso di un’opera morale che ha un richiamo esplicito all’educazione alla vita.








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