Leo e Anne si inseguono, si sfiorano, si perdono, si cercano. Non riescono a lasciarsi né a liberarsi. Tra le stanze risuona la voce di Ava che attraversa il tempo e lascia affiorare ciò che resiste, o che non può essere trattenuto.
Il quarto lungometraggio diretto da Andrea Pallaoro – ormai ospite fisso a Venezia visto che anche i suoi lavori precedenti erano alla Mostra (tre volte su quattro in concorso peraltro) – è la realizzazione dell’ultima sceneggiatura alla quale stava lavorando Bernardo Bertolucci prima della sua scomparsa, scritta insieme a Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi. Un progetto nel quale l’eredità del regista emiliano sembra tuttavia trasformarsi, più che in una filiazione diretta, in un’ulteriore occasione per confrontarsi con alcuni dei temi ricorrenti del cinema di Pallaoro: la memoria, l’assenza, il desiderio e la persistenza del passato nel presente.
Interamente ambientato nell’appartamento londinese del protagonista Leo, The Echo Chamber racconta la relazione che si sviluppa tra un musicista e una fisioterapista, muovendosi continuamente lungo la zona liminare che separa presenza e assenza, cura e dipendenza, desiderio e controllo. Una relazione costruita su un incessante movimento di attrazione e repulsione, destinata a trasformare progressivamente lo spazio domestico in un luogo mentale, prima ancora che fisico.
La scelta di non uscire mai dall’appartamento radicalizza questa dimensione. La macchina da presa non oltrepassa mai i suoi confini e sembra anzi arrestarsi proprio sulla soglia costituita dall’unica finestra attraverso la quale è possibile intravedere un esterno: uno scorcio di Roma che vuole essere Londra e che, paradossalmente, appare come l’unica apertura verso un mondo che il film si ostina a tenere fuori campo. La capitale britannica resta così confinata nell’appartamento, relegata a immagine mentale, un altro luogo della memoria.
È uno spazio che finisce per assumere una consistenza quasi soprannaturale. In questo senso il film sembra rifarsi a Ferro 3 di Kim Ki-duk, dove la casa diventa un luogo attraversato da presenze e assenze, o al recente Presence di Steven Soderbergh, nel quale l’architettura domestica costituisce il dispositivo attraverso cui il fantasma entra in relazione con gli abitanti. Anche in The Echo Chamber lo spazio è un organismo che conserva tracce, registra presenze, restituisce fantasmi.
Articolato come un loop esistenziale nel quale il riverbero di un’eco genera spettralità, il film diventa così per Pallaoro l’occasione per una più ampia riflessione sul tempo. Un’idea che trova una precisa traduzione formale nel montaggio spiraliforme di Paola Freddi, che aggroviglia la vicenda su più linee temporali, facendo continuamente risuonare eventi e situazioni già accadute. Il tempo non procede dunque in linea retta, ma ritorna su se stesso, proprio come un’eco che ripropone ciò che è stato, modificandone ogni volta la percezione. D’altronde è proprio l’eco a strutturare il film: sono i richiami, le ripetizioni e i riflessi a far procedere la narrazione, proprio come le canzoni cantate da Ava, l’artista interpretata da Susan Sarandon, che Leo affianca nella realizzazione del suo nuovo album. La colonna sonora accompagna questo movimento con efficacia e sensualità, contribuendo a creare un’atmosfera suadente e sospesa, nella quale musica, memoria e desiderio sembrano continuamente confondersi.
Ed è proprio l’interpretazione di Susan Sarandon a costituire uno degli aspetti positivi del film. Laddove la sua presenza/assenza ci fa infatti (ri)scoprire una voce — indimenticabile ad esempio nella sua partecipazione al Rocky horror Picture show — che il cinema sembra aver ingiustamente dimenticato: una voce capace di dare alle canzoni di Ava una consistenza che supera la funzione narrativa per farsi una delle fondamentali tracce narrative attraverso cui il passato continua a riverberarsi nel presente.
Tuttavia è proprio qui che sta anche il limite del film. Nonostante le rimarchevoli interpretazioni di Luca Marinelli e Alicia Vikander e la forza dell’idea che ne sostiene la struttura, The Echo Chamber sembra infatti rimanere prigioniero della propria stessa eco. La narrazione talvolta si inceppa, perde fluidità e fatica a trovare la giusta sintesi tra le molte suggestioni che mette in campo. Ciò che dovrebbe essere un continuo riverberare di senso rischia così di trasformarsi in esiziale ripetizione, in un accumulo di rimandi che non sempre riescono a produrre un significato ulteriore. Una sensazione che il pletorico finale non fa che accentuare, dilatando ulteriormente una materia narrativa già ampiamente stratificata. E così l’eco da principio generatore finisce per diventare metafora esegetica: un dispositivo capace di restituire continuamente la stessa voce, ma non di trasformarla.
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Regia Andrea Pallaoro
con Luca Marinelli, Alicia Vikander, Susan Sarandon
Italia/Belgio 2026
Durata: 100′








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