È molto difficile valutare un film come Nessun dolore di Gianni Amelio. Le premesse farebbero propendere per un buon film: un regista stimato, un tema bruciante, un innesco narrativo potente. Ma poi c’è il film vero e proprio, c’è quello che noi vediamo e ci fa capire ben presto che le cose stanno in modo diverso: la narrazione si basa tutta su inverosimili coincidenze, i dialoghi sono deboli, i personaggi sono ritagliati su luoghi comuni. E quindi, nel complesso, è un potenziale buon film ma sbagliato.
Ma andiamo con ordine. Amelio tratta del tema dell’immigrazione, le atroci difficoltà che affrontano gli immigrati in Italia, gli stenti, le ostilità, la privazione di futuro. Amelio stesso lo mette in relazione a uno dei suoi migliori film, Lamerica, con quell’immagine indimenticabile della grande nave piena di albanesi alla deriva nel mare aperto. Ritornare sul tema a più di trent’anni di distanza è un’operazione meritoria, anche perché si deve prendere atto che nulla sembra essere migliorato nella società da allora a oggi. Poi c’è l’innesco narrativo che è altrettanto forte: un padre maghrebino di fronte all’estrema povertà e alla fame è costretto a implorare un uomo di prendere in custodia il figlio, l’uomo lo respinge, scappa, ma il bambino lo insegue finché una moto lo travolge. Potrebbe essere una scena di grande impatto e anche moralmente complessa, perché si porta dietro un grande senso di colpa nell’uomo, ma anche una situazione eticamente difficile da dirimere (l’alternativa non poteva essere prendere con sé il bambino, cosa che peraltro neppure la legge ammetterebbe senza un adeguato procedimento).
Ma date queste interessanti premesse, si diceva, il film è sbagliato. La narrazione si basa quasi sempre su coincidenze e, come si sa, le coincidenze rendono sempre inverosimile un racconto. La situazione del bambino avviene proprio quando il protagonista (interpretato da Alessandro Borghi) che è un venditore di libri usati lascia il suo chiosco in custodia a una professoressa universitaria (interpretata da Valeria Golino) che gli porta dei libri ogni tanto, da qui si sviluppa il loro rapporto con un conflitto che conduce (quasi) a una romantica soluzione. Poi il protagonista si trova in ospedale di sera in attesa di notizie sulla condizione del bambino e proprio quella sera una ragazza tunisina incinta entra nell’ospedale per trovare un riparo per la notte e viene buttata fuori in malo modo da un’infermiere, per puro caso una borsa della ragazza cade ai piedi dell’uomo che gliela riporta e da questa coincidenza si sviluppa gran parte della trama, nella quale l’uomo ospiterà la ragazza, e poi altre persone che lei condurrà in casa e poi sempre di più, fino a finire in carcere per questo. Sono solo esempi di svolte narrative poco credibili, che innervano comunque tutto il film (il padre di un bambino che gli dice “vai con quest’uomo” mai visto prima e lui ci va; il custode dell’obitorio che è un uomo triste e buono, che gli concede molto più di quanto potrebbe ecc.). Poi ci sono i luoghi comuni, come la professoressa universitaria che è scappata col suo professore e grazie a questa scelta è diventata docente a sua volta, o come, il più grande, il più complicato da dirimere moralmente, che è l’uomo appassionato di libri, reietto dalla società, che è l’unico uomo sensibile, anche se non compreso da nessuno, se non dall’altra lettrice, la professoressa universitaria.
È quest’ultimo elemento che rende il film estremamente complicato anche da un punto di vista morale. Perché la domanda che ci si potrebbe porre è: va bene, ci sono dei problemi tecnici e narrativi, ma vale la pena comunque vederlo per come affronta un tema tanto importante nella società contemporanea come l’immigrazione? E per rispondere a questa domanda dovremmo chiederci quale possa essere la reazione dello spettatore. È sempre molto difficile fare ipotesi sulla reazioni degli spettatori, ma ciò che pare evidente è questo. Uno spettatore generalmente ostile o almeno scettico verso gli immigrati sottolineerà che le sole persone buone verso di loro sono sostanzialmente degli emarginati, rinchiusi nei loro libri, con lavori precari, mentre tutti gli altri sono uomini crudeli che li prendono a calci nei quali non si identificheranno. In più accuseranno le persone accoglienti con loro di snobismo, perché il sottotesto è che solo chi legge libri è in grado di comprendere i problemi degli altri. E questo è un messaggio estremamente pericoloso e facilmente (forse giustamente) tacciabile di snobismo. C’è una scena in cui il protagonista si trova in carcere e legge, il compagno di cella lo guarda con un certo ironico disprezzo, allora l’altro gli racconta in poche frasi la trama di Furore di Steinbeck, e il compagno di cella diventa un lettore. La scena è di un’estrema inverosimiglianza, e rappresenta i libri come l’unica possibilità di redenzione dell’uomo, cosa che presuppone l’umanità suddivisa tra chi legge che si pone con accoglienza con gli altri e chi non legge che resta nel suo mondo ostile verso tutti. Una morale, questa, che è sbagliata e pericolosa: ovviamente la bontà va ben al di là della lettura, che piuttosto è un percorso di crescita che ci mette anche a confronto con il male, l’immoralità, l’inettitudine.
Ma come reagirebbero gli spettatori che invece sono già accoglienti verso gli immigrati? Si arroccheranno nella posizione di chi sa che non viene capito dagli altri ed è destinato all’emarginazione sociale in virtù di una sorta di illuminazione ricevuta dai libri che non potrà comunicare agli altri. Si tratta insomma ancora di una visione divisiva, che concepisce il mondo come una frattura tra pochi buoni e tanti cattivi, che certamente non fa bene alla comprensione – e tanto meno alla risoluzione – di un problema così ampio.
Eppure, io lo userei questo film in occasione di un dibattito. Lo userei per mostrare quali sono i problemi di ricezione e di diffusione di una questione così ampia e complessa come l’immigrazione. Lo userei per far capire perché non se ne esce, perché non c’è dialogo tra gli uni e gli altri. Lo userei per far capire che il film non parla soltanto di un problema, ma il film è parte di un problema. In questo modo, forse, lo spettatore inizierebbe a ragionare sulla complessità, che va ben oltre la distanza tra buoni e cattivi, o la presenza di un improvvisato San Francesco che non riesce a incidere nel mondo.








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