Jupiter di Alexandre Smia è un film ambizioso, fin dal titolo: Giove è il re degli dei, ma qui è innanzitutto un bunker antiatomico per il presidente francese che diventa anche cabina di comando per operazioni militari. Assegnare un nome così altisonante a un bunker allude certamente al fatto che l’uomo, con la sua tracotanza, può trasformarsi in chi governa il mondo e quindi, grazie alla sua potenza atomica, ha la facoltà di distruggerlo.
Siamo in piena guerra tra Russia e Ucraina e, dopo un attentato al presidente russo, la Francia è costretta ad assumere una posizione nel conflitto, tenendo conto che gli Stati Uniti vogliono deporre il presidente ucraino e la Russia minaccia concretamente un attacco atomico. Il Presidente è in evidente difficoltà, una difficoltà che deve tener conto degli equilibri diplomatici, della moralità che emerge anche dalla sua amicizia col presidente ucraino, dello spaventoso rischio dell’apocalisse atomica, della sua situazione psicologica dato che ha da poco perso la figlia in misteriosi scontri politici come non manca di ricordargli il Presidente russo. Il Presidente protagonista vorrebbe basare le sue scelte su una sorta di oggettività, ma i consiglieri lo spingono da una parte e dall’altra e arrivano addirittura a pensare di sfiduciarlo, mentre l’escalation sembra inevitabile e tutto converge verso il disastro.
Raccontare una storia così ampia in un’ora e mezza è un’impresa più che ardua, forse impossibile, e il film mostra molte lacune, molti degli aspetti toccati restano scarsamente approfonditi e lasciano lo spettatore sostanzialmente insoddisfatto. Però l’iniziativa è meritoria. Non è frequente che il cinema europeo affronti in modo così diretto l’attualità politica, né che cerchi di mostrare le stanze dei bottoni che di solito appassionano tanto gli americani.
Un film come questo quindi può condurre a riflessioni interessanti e importanti per comprendere il mondo in cui viviamo. Ovviamente permetterebbe di affrontare la guerra tra Russia e Ucraina, mostrare come scelte politiche anche improvvise possano condurre il mondo in un crescendo di violenza che potrebbe addirittura distruggerlo per sempre. Il nesso tra pubblico e privato è un altro aspetto capace di condurre a riflessioni decisive per capire anche la situazione attuale. Gli umori, i disagi, gli imbarazzi, le debolezze di un uomo – un presidente – possono portare alla distruzione e la morte di decine di migliaia di persone. Non è, in fondo, ciò con cui si confronta la nostra società ogni giorno?
Il Presidente, interpretato da Denis Menochet, è un uomo con le sue paure, i suoi dubbi, le sue debolezze, ma anche un suo senso di moralità che pure è difficile da decifrare. Secondo un principio di realpolitik dovrebbe sacrificare il presidente ucraino come gli chiedono gli Stati Uniti, il che probabilmente salverebbe il mondo dalla catastrofe, ma d’altra parte sarebbe morale sacrificare un uomo innocente per una causa che probabilmente non lo vede colpevole? Quanto contano i cosiddetti danni collaterali rispetto al rischio dell’inevitabile escalation? Sono interrogativi, questi, che vanno ben al di là della contingenza politica nella quale siamo immersi e diventano questioni assolute, su cui sarebbe interessante ragionare e discutere in un eventuale dibattito. Insomma si tratta di questioni aperte che già nel Cinquecento, col Principe di Machiavelli, erano diventate centrali proprio perché assolute, e così hanno attraversato i secoli e sono arrivate a oggi: questo dà un’idea della possibilità di discussione che offre un tema come questo.
D’altra parte il film non sembra dare risposte. Certo, è evidente che l’escalation propiziata dal Presidente rappresenti il male, ma non è detto che non si ravveda: il finale è aperto a diverse interpretazioni e dunque potrebbe essere discusso. Nella costruzione del personaggio c’è inoltre il trauma della perdita della figlia, che è il punto da cui inizia tutto e che riemerge di tanto in tanto. Ciò rende il Presidente umano nel dolore e porta lo spettatore all’identificazione e alla comprensione: ma quanto si possono comprendere le scelte sbagliate di un uomo se portano alla distruzione del mondo? A conti fatti non si tratta di un ottimo film, ma certamente un film su cui discutere.








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