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Dalla distopia alla società

Alessandro Cinquegrani

22 Settembre 2022

DON’T WORRY, DARLING (Olivia Wilde)
Dalla distopia alla società

Approfondimenti cinema, Venezia, Filmcronache

Sembra tutto perfetto al Victory Project: casette bianche con ampie vetrate, una grande piscina centrale, belle macchine colorate e fantastiche feste spensierate. Intorno c’è un deserto surreale dove non si può andare. Gli uomini partono per il lavoro mentre le donne – come nelle società più tradizionali (e retrive, ma siamo negli anni Cinquanta) – pensano alla casa e ai bambini. Il leader della comunità, Frank, è un uomo dal grande fascino, che sa motivare gli abitanti con frasi retoriche ma insistenti e pronunciate con voce suadente. Un mondo di benessere e di apparenza, dove vivono Alice e Jack, i due protagonisti che si amano furiosamente.

Ma come in tutte le società distopiche, sotto l’apparenza di benessere si celano insostenibili crepe, che non tardano a mostrarsi. Prima è una donna – l’unica donna di colore: sarà un caso? – che inizia a denunciare un sistema oppressivo, poi è la protagonista a notare qualcosa che non funziona e inizia un percorso di ribellione contro il potere, che la considera (o finge di considerarla) una pazza instabile da curare. Non tutto però è scontato come potrebbe sembrare e si scopriranno via via risvolti inattesi, che vanno ben oltre la consapevolezza che la Cassandra di turno abbia – come è ovvio – ragione.

Più che rappresentare un possibile mondo futuro, il film costringe a riflettere sul presente, fare i conti con la realtà che spesso è difficile da accettare, e con aspettative personali e collettive che non corrispondono al vero. Del resto siamo negli anni del benessere e del boom economico che sembrano pretendere successo e ottimismo da tutti, lasciando ai margini i più deboli. Don’t Worry Darling potrebbe ricordare un Truman Show senza spettacolarizzazione, ma anche il Wenders di Fino alla fine del mondo da una prospettiva interna.

La regista e attrice Olivia Wilde, alla sua seconda prova dietro alla macchina da presa, tenta un’opera ambiziosa, contaminando analisi sociale con sequenze visionarie e affondi in psicologie turbolente. Certamente molto si è già visto, ma la scommessa è difficile e il risultato positivo: nonostante nella prima parte paia il solito film critico sulla impossibile ricerca di felicità e i tentativi di costruire una comunità votata all’ottimismo, poi cambia direzione quando quel mondo si confronta con la realtà quotidiana. Visto e letto al contrario sarebbe persino un film realista, un’analisi della società contemporanea e delle sue storture, invece, girato in questo modo, dalla distopia si giunge alla società: è questo che funziona.

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