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UN POETA (Simón Mesa Soto)
Arte, utopia e fallimento

Óscar vive a Medellin dove insegna. Da giovane ha pubblicato dei testi di poesia con un certo successo ma negli anni si è perso nell’alcol, nella depressione e nell’ossessione di poter vivere facendo il poeta. In definitiva, ha fallito come padre, marito, figlio e artista. A resuscitare uno spiraglio di vitalità nella sua esistenza inerziale è l’incontro con una studentessa adolescente che dimostra possedere un notevole talento nella scrittura in versi. Óscar decide quindi di prenderla sotto la sua ala protettiva e, benché provenga da una famiglia povera dei quartieri popolari della città, prova a inserirla nel circolo dei poeti. Nel frattempo l’uomo prova a recuperare un rapporto dignitoso con la figlia, più o meno coetanea della studentessa. 

Anche se le premesse sembrerebbero rimandare a un immaginario alla Woody Allen, siamo invece immersi nella Medellín contemporanea, dove al centro di Un poeta — il secondo e solidissimo lungometraggio del colombiano Simón Mesa Soto, premiato dalla giuria nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes — si muove un aspirante Bukowski privo però di reale magnetismo. Girato in 16mm, con una grana aspra che restituisce le contraddizioni visive della città — dai quartieri più agiati a quelli segnati da profonde fragilità — il film si distingue per una natura volutamente irregolare, quasi indocile anche rispetto alle traiettorie più recenti del cinema latinoamericano. Il racconto procede infatti per scarti, oscillando tra registri e generi diversi: commedia e dramma, parodia e tragedia, romanzo di formazione/redenzione e di disillusione. Alla base del progetto c’è una riflessione personale del regista, che immagina se stesso proiettato in un futuro segnato dal fallimento artistico: un interrogativo che, pur nella sua dimensione intima, trova un’eco più ampia nel contesto colombiano, attraversato da fratture sociali evidenti e persistenti. È proprio in questo spazio diseguale che prende forma la vicenda del protagonista, il cui percorso si incrina là dove le distanze tra condizioni economiche e prospettive di vita diventano difficili da colmare, fino a confondere, talvolta, i confini tra marginalità e illegalità. In questo quadro, il rapporto con Yurlady — giovane figura che Óscar tenta, non senza ambizioni personali, di sostenere — introduce una possibile eccezione, pur senza risolvere le tensioni di fondo. Un poeta si configura così anche come una riflessione sul divario tra aspirazione artistica e sua concreta realizzazione, tra utopia e compromesso. Rilevante è anche la scelta di lavorare con interpreti non professionisti, tra cui spicca Ubeimar Ríos: nei panni del protagonista — insegnante della periferia di Medellín, animato da ambizioni culturali — restituisce una presenza tanto fragile quanto incisiva, che sembra aver colpito il regista fin dal primo incontro.

Sceneggiatura e regia:  Simón Mesa Soto

Cast: Ubeimar Ríos, Rebeca Andrade

Colombia/Germania/Svezia 2025

Durata: 123′

 

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Sull'autore

Anna Maria Pasetti

Anna Maria Pasetti Milanese, saggista, film programmer e critica cinematografica, collabora con Il Fatto Quotidiano e altre testate. Laureata in lingue con tesi in Semiotica del cinema all’Università Cattolica ha conseguito un MA in Film Studies al Birkbeck College (University of London). Dal 2013 al 2015 ha selezionato per la Settimana Internazionale della Critica di Venezia. Si occupa in particolare di “sguardi al femminile” e di cinema & cultura britannici per cui ha fondato l'associazione culturale Red Shoes. . Ha vinto il Premio Claudio G. Fava come Miglior Critico Cinematografico su quotidiani del 2020 nell’ambito del Festival Adelio Ferrero Cinema e Critica di Alessandria.

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