Un noto e celebrato autore cinematografico (Leonardo Sbaraglia) è nel processo di scrittura della sua nuova sceneggiatura, dopo diversi anni di assenza dal cinema. In essa racconta una vicenda ambientata nel 2004 in cui una regista (Barbara Lennie) che ha realizzato solo due film “di culto”, è in piena crisi di ispirazione e di panico. È servita e riverita dal fidanzato pompiere e stripper, frequenta amiche depresse o suscettibili, e va – infine – incontro alla morte della madre il cui lutto prova a elaborare a distanza di un anno con un viaggio a Lanzarote.
Era tra i più attesi, è risultato fra i più deludenti. Amarga Navidad di Pedro Almodovar, il titolo di maggior richiamo del concorso a Cannes 2026, è purtroppo una delusione. Con tutto il rispetto per il talento e la carriera del 76 cineasta spagnolo, egli stesso “di culto” e quindi quasi da venerare a prescindere dalle sue ultime opere, quanto ha scritto e diretto in questo suo nuovo lavoro nulla aggiunge a quanto ha realizzato nelle ormai lunghe decadi di attività, inizialmente sperimentando e successivamente confermando con migliore efficacia. Insomma, un testo già visto, inerte, laddove l’estetica almodovariana fatta di colori accesi, abiti firmati, abitazioni cool, colonna sonora onnipresente viene riproposta senza la minima modifica. Per non parlare della presenza massiccia al femminile ove quasi tutte sono “donne sull’orlo di una crisi di nervi”, anzi, ci sono già dentro, ciascuna per un proprio valido motivo. L’unico elemento che – forse – entra con maggior vigore e lo differenzia dai testi precedenti è la presenza incisiva della morte, qualcosa che ricordiamo essere il tema centrale de La stanza accanto, la sua opera precedente. Ciò che veicola Amarga Navidad è in sostanza il tema del rapporto “vampirizzante” tra la finzione e la realtà, interrogando su fino a che punto la prima è autorizzata ad appropriarsi della seconda. Anche quando il gesto creativo riesce a diventare taumaturgico.
