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Conversazioni private su… IL SILENZIO DEGLI ALTRI – SORDA

Il silenzio degli altri

Estate, quantomeno nelle temperature. Distrazione collettiva ai massimi valori, arene che recuperano titoli di successo di sicuro impatto e quelli nuovi che rimangono nelle poche sale aperte soltanto poche ore con il rischio di essere trascurati in modo indecoroso anche da noi operatori culturali. Non sia così per questo bellissimo film spagnolo di Eva Libertad che con don Elio Girotto abbiamo indagato con lo stile ormai che ci contraddistingue delle “conversazioni private” al fine di creare l’atmosfera di un dialogo in sala che si prende a cuore anche aspetti complessi e delicati. Sorda – Il silenzio degli altri da cortometraggio è diventato un lungometraggio che ha già collezionato tantissimi premi, in patria e in tutta Europa.  La storia di Angela e Hector, una coppia unita nel linguaggio dei segni, che si apre alla generatività biologica ma anche affettiva ed esistenziale a tutto tondo, superando montagne russe emotive molto impattanti, è un’occasione artistica e formativa davvero da non lasciarsi scappare.

Prevedello – Prima di addentrarci nelle numerose dinamiche e filoni che Sorda – Il silenzio degli altri intercetta, sento il bisogno di ribadire quanto il film sia fisico, agganciato ai sensi accesi o spenti della protagonista e quanto questa esperienza sia immersiva e mai assolutamente pietistica. Angela diventa un’amica, una sorella, ma anche noi diventiamo un po’ lei senza preavviso. Lentamente adeguiamo i nostri sensi  ai suoi uscendo dal cinema tra lo stordito e il rivitalizzato. Soltanto Sirat, seppur in modo diverso, anzi proprio opposto, con il sonoro, mi ha “sballata” così tanto. Ecco, prima di addentrarci nei tanti aspetti introspettivi del film, volevo inneggiare a questa potenza del cinema per mano della regista e sceneggiatrice spagnola Eva Libertad, premio Goya come regista esordiente. Competenza, talento artistico o soprattutto una vita anche a teatro con la sorella Miriam Garlo, nella parte della ficcante Angela? Come dire che certe cose, per riuscire a narrarle, devi averle ormai tatuate sulla pelle.

Il silenzio degli altri

Girotto – Parlando di immedesimazione viene spontaneo innamorarsi e fare il tifo per questa coppia che cammina insieme sorvolando con facilità, almeno all’inizio, sopra le differenze che pure sono oggettive e pratiche. Ma non è scontato che i “due mondi”, quello di chi sente e chi non sente, possano vivere in perfetta sintonia e comunicazione. Colpisce come due persone sensibili come l’adolescente e la madre di Angela diano due risposte simili nella sostanza alla questione. L’adolescente non accetta di farsi inglobare dal gruppo di non udenti, preferendo restare nel “suo” mondo che è anche quello dei suoi amici. La madre intuisce che l’arrivo di una nuova creatura creerà inevitabilmente due “squadre” in cui uno dei due innamorati resterà da solo/a. In altre parole l’inclusione e l’accettazione, ma anche l’amore, fanno parte di un lessico straordinariamente bello e attuale ma nella realtà non così facile da concretizzare.

Prevedello – Quando li conosciamo all’inizio del film, Angela e Hector hanno già lavorato molto sul loro essere coppia. Sono inevitabilmente e irrimediabilmente differenti e, sì, anche unici. Con l’aggiunta, sopra il conto della diversità, dello stato di udente/non udente. Hanno impastato le loro differenze e ne è nato un bel paesaggio metaforizzato all’inizio del film in quel paradiso tra sentieri e piscine naturali dove Angela e Hector fanno anche il bagno. Un paradiso perduto, con l’arrivo di Ona. Sono dentro alla sfida titanica, in tanti casi, della creazione di un nuovo equilibrio ed elaborare la rottura in mille pezzi di ciò era stato fino a quel momento. Sono come tutte le coppie? Si, ma obiettivamente la sfida che hanno davanti è sensibilmente più complessa rispetto a quella di altri e man mano si dipana perfettamente nella sua fragile delicatezza. Si vorrebbe dire che tutti custodiscono una moltitudine di solitudini,  ma alcune di esse sono forse più sole di altre? Alcune solitudini materne sono più sole di altre? Dio ci salvi dal farne qualcosa di romantico. Viene voglia di urlare, a fatica, come Angela…

Girotto – La sordità può essere anche una prigionia, al di là di tutti i romanticismi da cui è meglio scappare. Lei non è nata sorda, lo dice alla dottoressa, comprende qual è la differenza tra sentire o meno. E percepisce che c’è un nido caldo dove ci sono tutti i suoi amici sordi, dove lei sta benissimo e dove può combattere pregiudizi e sguardi di derisione o di finta compassione, e un confine con un mondo la cui normalità è data da una maggioranza schiacciante di coloro che sentono. Ma la sofferenza per questa barriera non è solo di Angela. Anche il marito Hector arranca. “È vecchio”, dice di suo padre alla domanda di Angela su come sta: sente che l’unico legame con la sua famiglia, probabilmente appunto solo il padre, sta svanendo perché molto spazio è dato ad Angela e alle sue difficoltà. In altre parole sembra ci sia una sofferenza in chi, come Angela, è sordo ma anche che questa rischia di travolgere, con il suo indiscutibile impatto fattivo con la vita quotidiana, anche dimensioni relazionali o spirituali non meno importanti. Il confine, voglio dire, è come tutti i confini labile: non si può giocare al “chi soffre di più”, ci sono degli spazi che in ciascuno e per ciascuno vanno preservati.

Il silenzio degli altri

Prevedello – È gioco che si incendia e che chiede una grande forza di uscire da sé oltre che di cercare una centratura costante. Mi ha molto colpito e anche ferito tutto l’itinerario che comincia in gravidanza e prosegue nella primissima infanzia per capire se Ona ci sentirà. Tutti sappiamo che c’è attesa per questo verdetto, tutti capiamo l’aspettativa per quale risultato. Una strana partigianeria si insinua nel coro delle persone coinvolte. Eppure il film riesce a farci sentire la desolazione che Angela prova nel sapere che sua figlia non porterà la sua differenza. Sguardi di una madre che forse avrebbe desiderato un esito diverso: stare con questo desiderio è un esercizio molto scomodo che questo film induce ad esperire. Un salto di livello notevole che mette a tacere ogni istinto giudicante e invita a sentire le vite degli altri che non siamo noi.

Girotto – Mi sembra che la festicciola all’asilo per il compleanno di Ona consenta ad Angela ed Hector di mettersi di fronte alla piccola “regina” della famiglia e ad iniziare a comprendere che è necessario guardare davanti e non solo dentro a sé stessi. Non vuol dire rinnegare i propri desideri o aspirazioni, tantomeno le proprie necessità. Significa trovare un senso ai propri vuoti dedicandosi a chi ha bisogno della nostra forza e del nostro amore. La solitudine che Angela sente è complessa e in alcuni momenti immaginiamo terribile ma in questi frangenti se si sceglie solo di scavare si rischia di creare una discesa pericolosa verso il buio. Il gesto di alzare lo sguardo contiene il duplice significato di recuperare la propria dignità anche se il corpo è ferito e allo stesso tempo quello di guardare oltre i propri confini, incontrando l’altro/a che, inevitabilmente, è quello che è. La scommessa è sapere e poter credere che la diversità è una grazia e non una condanna.

Prevedello – Hai ragione! Duc in altum, prendi il largo, affronta la sfiducia. Il Vangelo di Luca si fa largo tra le tue righe. E Ona che coltiva più lingue in questa sua primissima infanzia non tarda a restituire generosamente ad Angela un segnale di supporto all’ennesima sfida che la mamma sta attraversando. Hector è un uomo pieno di competenze e sa rimanere quel tanto che serve a tutti per svoltare. Ci saranno tante altre epoche all’orizzonte, questa intanto li ha forgiati nell’amore paziente e autentico che non trascura la necessità del conflitto e della ricerca della verità nella complessità della relazione. Che bel cinema!

Articolo a cura di Arianna Prevedello e don Elio Girotto

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Sull'autore

Arianna Prevedello

Scrittrice e consulente, opera come animatore culturale per Sale della Comunità circoli e associazioni in ambito educativo e pastorale. Esperta di comunicazione e formazione, ha lavorato per molti anni ai progetti di pastorale della comunicazione della diocesi di Padova e come programmista al Servizio Assistenza Sale. È stata vicepresidente Acec (Associazione Cattolica Esercenti Cinema) di cui è attualmente responsabile per l’area pastorale.

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