Spagna, 1939. Appena due settimane dopo la fine della Guerra civile il generalissimo Franco ordina una cena celebrativa presso il lussuoso Hotel Palace di Madrid, nel frattempo trasformatosi in ospedale. Un giovane tenente, Santiago Medina, il maître dell’hotel, Genaro Palazon, e un gruppo di prigionieri repubblicani, oppositori del regime franchista ma chef di grande talento, salvati dalla fucilazione e temporaneamente rilasciati, sono costretti a preparare il banchetto in tempi record. Tutto sembra procedere senza intoppi, però i cuochi, oltre a lavorare alacremente in cucina, stanno pianificando la loro fuga. Tra sospetti, tradimenti e manovre sotterranee, la cena si trasforma così in un pericoloso equilibrio tra obbedienza e resistenza…
Tratto dalla pièce di José Luis Alonso de Santos La cena de los generales, il nuovo lungometraggio di Manuel Gómez Pereira (a suo agio con la commedia d’ispirazione sociale fin dai tempi di Reinas, 2005) deve molto alla dimensione teatrale da cui preleva l’intera vicenda, adattandola sagacemente al registro cinematografico. Se il lavoro sugli spazi interni (gli ambienti del lussuoso hotel, dalla fastosa sala da pranzo alle ampie cucine, dalle stanze interne alla cantina che custodisce vini pregiati) è accurato, a dare consistenza ai tanti personaggi in scena, collocati in questa elegante cornice scenografica, è una sceneggiatura brillante e ritmata, che riesce a caratterizzare ogni figura, comprese quelle minori, anche solo con poche battute, spesso taglienti. La loro riuscita configurazione identitaria è frutto anche delle interpretazioni dell’intero cast, affiatato e convincente, con gli archi esistenziali dell’inquieto tenente e del meticoloso maître a risultare particolarmente vitali e incisivi.
Insieme al lavoro sullo spazio, è la gestione del tempo, ben controllato nella sua pulsazione metronomica (tutto si svolge nell’arco di una sola giornata, dalle otto del mattino a tarda notte), a dettare efficacemente l’azione, sia comica che drammatica. Ispirato, per diretta affermazione del suo autore, al cinema americano di Lubitsch, Wilder e Allen, ma intinto a piene mani nel grottesco spagnolo, A cena con il dittatore attraversa sia la commedia che la tragedia facendosi specchio, allo stesso tempo riflettente e deformante, di una pagina di storia iberica cupa e sanguinosa. Proprio grazie allo sconfinamento dell’indignazione nel sorriso, il film del regista madrileno riesce ad affiancare la denuncia civile al puro intrattenimento, il recupero della memoria al monito sul presente. Racconto corale scorrevole e piacevole, che unisce, dunque, divertimento intelligente e riflessione politica, A cena con il dittatore ravviva anche il sottogenere del ‘cinema di cucina’, laddove, nella preparazione di squisiti menù dai piatti sopraffini, è possibile scavare a fondo nelle relazioni tra gli individui, mettendone a nudo tensioni interne e conflitti latenti.
Pervaso da un senso di fallimento collettivo, ma sostenuto da un indomito desiderio di libertà, il film di Gómez Pereira, tra fedelissimi del caudillo e acerrimi nemici ‘rossi’, gelosi camerieri di sala e orchestrali complici, inanella, una dietro all’altra, gustose sequenze, sfiorando la farsa in alcuni passaggi ma senza mai scadere nella caricatura. Riportando sempre lo spettatore, dopo ogni scanzonata accelerazione umoristica, nel solco di un accorato, umanitario richiamo alla dignità di ogni persona. Scardinando, con la forza della leggerezza, la rigidità del potere autoritario.
Regia: Manuel Gómez Pereira
Interpreti: Mario Casas, Alberto San Juan, Asier Etxeandia, Oscar Lasarte
Nazionalità: Spagna, 2025
Durata 106’
