Father Joe è un film di Barthélemy Grossmann, scritto da Luc Besson, la cui mano è evidente fin dall’inizio. Racconta di un prete giustiziere, ex soldato delle forze armate, che vuole smantellare la criminalità di New York e per questo ingaggia una battaglia senza quartiere contro la potente mafia italiana. Utilizza un espediente particolare: inietta un (presunto) virus ai malviventi che sono costretti a andare a messa tutte le domeniche per ricevere al posto della particola il vaccino per sopravvivere. Nel suo passato c’è una giovanissima figlia morta per overdose e, nel suo presente, una ostinata ragazza che gliela ricorda e che lo aiuta nelle sue imprese. È un film pieno di spari, di intrighi di potere, di sangue, di carneficine e di lotte. Il tutto sostenuto da attori di calibro, come un anziano e sempre magnetico Al Pacino e Kiefer Sutherland nei panni del prete, racchiuso in una tonaca antiproiettile e con la pistola in mano.
Di fronte a un film come questo ci sono almeno due modi di porsi. Chi è abituato a considerare il cinema come uno spaccato della realtà, lo troverà inverosimile, a tratti ridicolo e sarà irricevibile la figura del prete pistolero. Ma poi ci sarà un altro tipo di spettatore: quello spettatore che magari si è formato negli anni Novanta ai tempi del primo Tarantino o di Robert Rodriguez o degli esordi dello stesso Besson, che, in Nikita o Leon, opponeva uno sprazzo di innocua dolcezza a un mondo di estenuata violenza. Questo spettatore prenderà quella che vede esattamente per quello che è, ovvero un gioco costruito con ingredienti noti: un ritmo rapido, un godimento pulsionale di fronte alle comiche uccisioni, un sovrapporre temi filosofici come il rapporto tra bene e male a trovate surreali nella messa in scena di combattimenti assurdi. Questo secondo tipo di spettatore è quello che vedrà il film nel modo giusto, come un gioco e, alla fine di questa sbornia adrenalina, forse potrà anche porsi qualche domanda. Perché il movente di Father Joe – lo ripete più volte – è quello di salvaguardare i bambini, ovvero di mantenere uno sguardo innocente su un mondo travolto dalla tracotanza degli adulti. E certo, se prendiamo alla lettera il suo ruolo, la freddezza con la quale elimina i cattivi con armi sempre più avanzate, nessuno potrebbe neppure pensare di assolvere o neppure concepire la sua figura, ma come abbiamo detto tutto va preso come gioco, va interpretato in metafora: e allora cosa siamo disposti a fare per il bene del mondo?
Tra gli spari e i morti e il sangue, c’è un passaggio che appare significativo. Father Joe in una delle sue missioni trova una ragazza in overdose, la porta in parrocchia e la salva. I due parlano, il prete vuole capire perché la ragazza sia arrivata ad un gesto così estremo, come aveva fatto anche sua figlia anni prima. Tra le ipotesi che considera c’è innanzitutto il rapporto coi genitori, che di solito viene indicato come il primo dei problemi. Ma non si tratta di questo, piuttosto si tratta di una incapacità di sopportare il dolore del mondo, l’incombenza del pericolo, l’ingiustizia, la poca lungimiranza, l’arroganza della società degli adulti. La prospettiva di una ragazza di 16 anni dunque è molto più grande di come ce la immaginiamo, molto più ampia, e inchioda il nostro mondo adulto alle nostre responsabilità.
Il film è un gioco, abbiamo detto, e resta tale, resta puro intrattenimento. Ma ciò nonostante offre qua e là qualche spunto. E si può ipotizzare che una piccola scena come questa, in realtà, metta a confronto generazioni diverse, con interessi e aspirazioni diversi. Il film parla di colpa e redenzione, come recita la presentazione dell’opera, e lo fa nel modo più ovvio e scontato, mettendo in scena la più spietata criminalità, ma forse mette in scena anche le colpe di una generazione di adulti che ha reso il mondo un posto quasi inabitabile per i giovani che vengono dopo di noi. «Come osate?», gridava una giovanissima Greta Thunberg all’ONU il 20 settembre 2019 rivolgendosi a un consesso di adulti irresponsabili, in uno dei momenti più iconici del nostro tempo: «tutto ciò di cui parlate sono i soldi e le fiabe dell’eterna crescita economica, come osate?». È un tema bruciante per le giovani generazioni.
Credo che questa scena possa avvicinare al film anche qualche giovane, che non è stato abituato a questo modo di guardare il cinema, un modo che può apparire strano oggi, quello di non prendere mai ciò che si vede come parte di una realtà, né come un messaggio diretto: dove vedi un prete leggi il bene, dove vedi spari e uccisioni leggi impegno socio-politico, dove vedi i mafiosi leggi egoismo, interesse, immoralità. Dove vedi cinema leggi intrattenimento, ritmo, divertimento, con qualche sprazzo di verità.








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