Qual è il limite per cui, le proprie azioni possono essere considerate un reato, oppure, un gesto di bene? Su questo presupposto il regista polacco Grzegorz Debowski presenta, nella sezione Orizzonti alla 83 Mostra del Cinema di Venezia, Cudze rzeczy (What belongs to others).
Con tonalità fredde e paesaggi di periferia urbana da sfondo a vite qualsiasi, la pellicola del regista nativo di Varsavia si propone come un crime drama sulla solitudine, in cui la protagonista si trasforma in una sorta di “detective” a partire da una menzogna. Il fatto da scoprire non è quello, tipico del genere, l’identità del colpevole, ma riguarda, piuttosto, come abbia vissuto e chi fosse la vittima.
Kasia è una pregiudicata che si guadagna da vivere svaligiando abitazioni insieme al suo compagno. I due hanno affinato tecniche da topi d’appartamento e si muovo velocemente tra case lasciate accidentalmente aperte e condomini senza sorveglianza. Durante uno dei loro furti, la donna scopre il corpo di un uomo che si è tolto la vita. Quando il suo compagno viene arrestato per taccheggiamneto in un supermercato, Kasia decide di tornare nell’appartamento del suicida, chiama la polizia e comincia a fingere che tra loro ci fosse una relazione. L’indigenza economica in cui la donna vive è il motore di un dramma criminale e di un non consueto giallo investigativo, che non si chiede “chi ha ucciso l’uomo?”, bensì “chi era?”. All’inizio, l’inganno è dettato dal desiderio di appropriarsi dei soldi del defunto: cerca di subentrare nella sua polizza assicurativa e di impossessarsi dei suoi beni. Con il tempo, però, cresce in lei qualcosa di diverso, un interesse che va oltre l’appropriamento di una identità che non le appartiene. Kasia si avvicina sempre più a lui, fino a conoscere i membri della famiglia, disgregata, dell’uomo e a fingersi platealmente parte della sua storia.
Il suo viaggio nella provincia polacca diventa un’occasione per riunire, almeno per un istante, una famiglia estraniata e ormai dispersa da dissapori e rotture. Cudze rzeczy racconta quanto possiamo essere lontani gli uni dagli altri, fino al punto che, a volte, è proprio la finzione a permetterci di tornare a essere visti e riconosciuti come esseri umani, appartenenti ad un nucleo famigliare e alla società civile. Il film conserva la cifra stilistica del realismo sociale, pur allontanandosi dalle sue tendenze narrative più austere.
Dice il regista “per me è una storia su una menzogna da cui nasce qualcosa di buono, sulla distanza che può crearsi tra le persone e su quanto poco, a volte, basti per ritrovare un legame, anche solo per un istante.”
Debowski adotta l’estetica e il contesto di emarginazione tipici del cinema dell’Europa dell’Est, con uno sguardo osservativo sul contesto sociale. Il racconto non trasforma la difficile condizione di Kasia in un’analisi approfondita della popolazione polacca che l’ha generata, non sappiamo l’origine della sua povertà o il modo in cui la donna è cresciuta e giunta ad essere una delinquente, sappiamo solo che è tale. Non sappiamo se il regista abbia preso ispirazione da Pasolini, ma il film potrebbe essere paragonato a una versione rovesciata di Teorema, in cui l’enigmatico visitatore entra in una famiglia borghese apparentemente stabile e ne provoca il collasso. Di contro, Kasia si fa strada in un nucleo familiare già disgregato, finendo involontariamente per riavvicinarne i membri. La sua intrusione è al contempo parassitaria e risanatrice: l’inganno diventa il catalizzatore di una riconciliazione temporanea e insperata.








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