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Con la voglia di non perdere un'occasione preziosa

Arianna Prevedello

2 Novembre 2026

Conversazioni private su… SE DOMANI NON TORNO
Con la voglia di non perdere un'occasione preziosa

Dopo i titoli di coda, In evidenza | 0 commenti

Ben tornati nella rubrica Dopo i titoli di coda dove un’animatrice culturale, referente nazionale ACEC in ambito formativo, discute con un prete esercente-cinefile (le due cose non vanno obbligatoriamente insieme) e delegato di ACEC triveneta. Alle porte dell’uscita di Se domani non torno ci confrontiamo su come virtuosamente esserci come Sale della Comunità.

Prevedello – Si è iniziato a sentire parlare del film Se domani non torno ancora nella primavera di quest’anno. Sono stati mesi in cui ciascuno pensava intimamente se ne sarebbe valsa la pena, tutti i rischi di un’operazione artistica del genere, le dimensioni virtuose di un racconto in questa direzione, ma anche tutti gli scivoloni che avrebbe potuto comportare. Cosa sarebbe stato, di fatto, di Giulia nelle mani di produttori, distributori, esercenti ma anche di sceneggiatori, registi, attori ecc ecc…

Confesso che da animatrice culturale, ma anche da madre e ancor prima da donna, me lo sono davvero chiesto molte volte. Nel mentre ho avuto fiducia letteralmente nel cinema… Poi abbiamo finalmente visto il film in anteprima e col cuore in mano ho, abbiamo, potuto dire “si, ne è valsa la pena!”. Abbiamo nelle nostre SdC un’occasione rispettosa, intelligente e profonda da non sprecare! Che ne pensi?

Girotto – Direi anche un’occasione coraggiosa perché il film tratta la vicenda in maniera del tutto inaspettata. Ho colto la preoccupazione di molti che vedendo il trailer dicono: “Non so se lo vedrò, non voglio vedere violenza”. E invece Se domani non torno non cede alla facile tentazione della rappresentazione violenta o della creazione del “Mostro”. Sceglie la strada difficile ma appagante della riflessione appena accennata a parole ma più evidente nei silenzi e nei gesti. Perché davvero in alcuni casi il silenzio è la scelta più appropriata.

La pianura padana, la “mia” pianura padana, diventa teatro con le sue brume e solitudini di una riflessione sull’assenza e su ciò che essa produce in chi si trova davanti a un pranzo sempre uguale, perché quello si sa cucinare e chi lo sapeva fare meglio non c’è più, e ad una sedia vuota o una porta aperta di una stanza silenziosa.

Prevedello – La speranza è che le persone titubanti possano fidarsi di un invito che può giungere delicato e costruttivo dalle nostre sale a conferma che il film non specula sul dolore e sulla violenza nemmeno per un attimo, pur non tacendo i tratti di una barbaria che quotidianamente si abbatte sulla comunità femminile e di conseguenza su tutti i suoi cari. Quello delle SdC è un invito alla visione, ma soprattutto a quello che può accompagnare questa pratica in termini formativi.

Gino Cecchettin si mette a studiare per capire il profilo di questa barbaria, le sue origini, i complici… In ascolto della figlia-sorella Elena sente la sua inadeguatezza e noi possiamo farlo con lui, ammettendo che ancora troppo poco abbiamo messo a nudo il tema del patriarcato e della supremazia nelle relazioni, del regime di possesso nell’affettività, della fragilità maschile di fronte alle separazioni e alla libertà di autodeterminazione di una ragazza.

L’invito è prima di tutto per le Sdc di riuscire ad offrire un corredo di approfondimento a più proiezioni possibili per valorizzare al massimo il lavoro di qualità messo in campo prima di tutto dalla regista Paola Randi, squisita nel suo muoversi nei temi dell’assenza e della perdita (magistrale il suo Tito e gli alieni), della giovinezza e le sue perturbazioni (Storia del Frank e della Nina), ma altrettanto nitida e ficcante nel restituire il profilo dell’amore tossico e di una sudditanza tutt’altro che recente subita dall’universo femminile.

Come possiamo fare rumore? Accogliere l’invito di Elena, che ritorna anche nel film, significa non uscire in silenzio, non trasformare la visione in un’occasione soltanto intimista. Fare rumore è fare comunità attorno al film, lasciarlo parlare più possibile, esplodere i suoi contenuti senza paura che qualcuno possa dirsi offeso. È importante che la bussola rimanga Giulia e il lavoro certosino fatto anche dalla Fondazione Cecchettin in questi mesi di investimento culturale a tanti livelli.

Siamo chiamati ad “architettare” visioni e a de-costruire contestualmente i modelli privi di rispetto e parità che serpeggiano nella nostra società (e a questo proposito Serpenti di De Paolis è un altro film fondamentale anche per la giornata del 25 novembre). L’approccio interdisciplinare risulta in tal senso fondamentale.

Se domani non torno

Girotto – Io credo che il film parli anche da solo. Parla attraverso lo smarrimento del papà che ad un certo punto si rende conto che forse anche lui nel passato può aver fatto delle affermazioni sessiste o detto delle parole sconsiderate. Parla attraverso la schiettezza della nonna, la mamma del papà di Giulia con una parlata squisitamente veneta, ironica e feroce. Bisogna lasciar parlare il film come del resto accade con tanti altri.

Lo si può fare programmandolo spesso, come hai detto tu, lo si può fare passando parola, dicendo che non è un film sulla violenza, dicendo che è un film coraggioso che fa la scelta di non puntare appunto sulla creazione di un mostro, ma rivolge l’attenzione alle persone protagoniste della vicenda e quindi a ciascuno di noi. Non è facile, abbiamo pochi strumenti a disposizione, ma abbiamo noi stessi, la nostra testimonianza, il nostro sorriso, la nostra gentilezza.

C’è una sala vicino alla mia che ha costruito la sua fortuna sulla parola. Sulla parola di chi sta in cassa. Per anni la proprietaria ha venduto biglietti ma ha anche consigliato il pubblico dicendo che questo film meritava, che quest’altro era più adatto per una altra occasione, che questo assolutamente non andava perso. Certo non è facile, non è immediato, ma credo sia l’unica strada quella della testimonianza intesa non tanto come un’insistenza a entrare ma come un invito a partecipare a un’esperienza. Bisogna credere in questo valore della parola e della fiducia che si può generare gli uni nei confronti degli altri.

Bisogna anche credere nella libertà delle persone. La libertà sta anche nel poter vedere il film nel maggior numero possibile di orari. Ecco che è una programmazione ampia può permettere alle persone di entrare quando loro possono davvero entrare. In fin dei conti, e sorrido un po’ dicendolo ma non troppo, il patriarcato può essere anche pretendere che le persone convergano tutte in un momento. Ovviamente, come sempre, il momento rischia di essere quello che io stabilisco debba essere. La libertà è importantissima perché l’esperienza del cinema è un’esperienza di libertà. Certo, si devono fare i conti con quelle che sono le nostre forze, però è davvero essenziale cercare di offrire al pubblico il più ampio spettro possibile di possibilità.

Prevedello – Che il patriarcato possa insinuarsi anche negli orari è un’affermazione che mi fa sorridere effettivamente eppure penso che ogni piccola creatività che oltrepassi il “si è sempre fatto così”, possa liberare pratiche ed esperienze sciolte da meccanismi che autoriproducono forme del passato che non ci ricordiamo di interrogare nella loro qualità odierna. Mi colpisce sempre l’ammissione di Mariano De Santis in La grazia di Sorrentino che si stupisce, mentre si confessa dal Papa-amico, di aver pensato di uccidere la moglie ma di non averlo fatto e di non sapere il perché. Un presidente della Repubblica che analizza il suo patriarcato sta ad un esercente che analizza i suoi orari e con questa ci salutiamo!

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