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Il pastiche visionario di Julian Schnabel

Stefano Ruggeri

26 Settembre 2025

IN THE HAND OF DANTE, La recensione
Il pastiche visionario di Julian Schnabel

Primo piano, Venezia, Festival

Un cast sorprendente e di grande richiamo impreziosisce In the Hand of Dante, il nuovo film di Julian Schnabel presentato fuori concorso a Venezia 2025. L’artista e regista torna a confrontarsi con i ritratti di figure creative e con la rappresentazione dei processi artistici – temi che da sempre percorrono la sua filmografia – adattando per il cinema l’omonimo romanzo di Nick Tosches.

La pellicola ruota attorno a un presunto manoscritto autografo della Divina Commedia di Dante Alighieri, che da un prete finisce nelle mani di un boss mafioso di New York e infine allo stesso Tosches, chiamato a verificarne l’autenticità.

Schnabel costruisce un racconto complesso, che intreccia il bianco e nero di un “reale” contemporaneo con un universo dai colori vividi, abitato da Dante. Gli stessi attori interpretano i personaggi nei due mondi, sottolineandone la specularità e le risonanze. Oscar Isaac, protagonista assoluto, dà corpo sia a Nick Tosches sia a Dante Alighieri, figure che si muovono in piani diversi ma destinati a influenzarsi a vicenda. Entrambi intraprendono un viaggio esistenziale e intimo, alla ricerca di amore, bellezza e trascendenza.

La narrazione si sviluppa su più livelli tematici e temporali, chiedendo allo spettatore attenzione e disponibilità a lasciarsi guidare dal flusso visivo. Schnabel stesso chiarisce il suo approccio: «Se esiste solo l’eterno presente, allora tutto il tempo scorre simultaneamente, e non c’è motivo per cui un ragazzo della malavita non possa essere la reincarnazione di Dante Alighieri».

Non stupisce, dunque, che la figura di Dante – maestro del pastiche e dell’incrocio di registri e stili – sia al centro di un film che adotta la stessa cifra. L’adattamento di Tosches e lo sguardo registico di Schnabel trovano un terreno comune proprio in questa abbondanza e stratificazione. Come ha scritto Martin Scorsese a proposito dell’opera di Schnabel, i suoi film sono «abbondanti, traboccanti e vibranti di vita, di pulsazioni. Nell’inquadratura c’è sempre un di più da vedere, da sperimentare e da sentire».

Pur non essendo di immediata fruizione, In the Hand of Dante cattura con immagini dense e visivamente potenti, che spingono lo spettatore a un coinvolgimento più sensoriale che narrativo. Il cast, oltre a Isaac, annovera nomi di grande richiamo internazionale come Gal Gadot, Gerard Butler, Al Pacino, John Malkovich, Jason Momoa e lo stesso Scorsese, affiancati da volti italiani come Franco Nero e Sabrina Impacciatore, solo per citarne alcuni.

Con una durata importante (150 minuti) e una forte impronta autoriale, il film trova una collocazione naturale nell’ambito della programmazione d’essai, dove può stimolare riflessioni e approfondimenti. Più che un titolo da grande pubblico, si presenta come un’opera da valorizzare all’interno di rassegne, percorsi tematici o programmazioni attente alla ricerca e al dialogo con il pubblico più motivato.

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