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Liliana Cavani: «Il santo di Assisi uomo del futuro»
La regista emiliana parla della sua fascinazione per San Francesco

Proponiamo qui di seguito l’intervista di Silvia di Paola a Liliana Cavani, regista emiliana con una vera fascinazione per san Francesco: una storia cinematografica cominciata nel 1966, proseguita nel 1989 e arrivata fino al 2014. Un’unica figura, tre sguardi diversi. Perché “volevo approfondire la sua modernità basata non sull’uguaglianza ma sulla fratellanza”, affrontando “un personaggio straordinario, inattuale perché troppo attuale”.

 

Potrebbe sembrare un’ossessione. E invece è una fascinazione. Non un continuo tornare sulla stessa persona e sullo stesso racconto, a decenni di distanza e per ben tre volte, ma un tentativo ragionato di andare più a fondo, di cercare tra le pieghe ciò che magari è sfuggito nel racconto precedente, ciò che forse è emerso da altri studi strada facendo.

E’ questa la vera storia della relazione, strettissima, tra Liliana Cavani e Francesco d’Assisi. Una storia cominciata nel lontano 1966, con il suo primo Francesco d’Assisi che usciva nello stesso anno de I pugni in tasca di Marco Bellocchio, nel turbine dei Sessanta e in odore di ribellione contro tutto in nome di ciò che era autentico, non mediato, non omologato. Interpretato da Lou Castel, era il film d’esordio della regista emiliana, che fece del santo di Assisi un anticonformista, un po’ cattolico del dissenso, un po’ beat generation, insomma un vero figlio di un tempo in cui tutto si metteva in discussione. Da allora, per la Cavani, fiumi e fiumi di immagini di film e di scandali cinematografici. Eppure lei, nel 1989, è qui che sente il bisogno di ritornare. A Francesco, ancora una volta. Anche se i tempi sono radicalmente cambiati e i sogni e gli ideali più che mai. Così, il suo secondo Francesco ha la faccia e il corpo atletico di Mickey Rourke. E, stavolta, la sua immagine ci viene rimandata dagli occhi dei suoi confratelli, meno umore ribelle, più stimmate e più esaltazione intorno a una figura che diventa sempre più enigmaticamente mistica.

La “storia d’amore” con il Poverello di Assisi continua a cavallo dei decenni, sino ad arrivare nel 2014 al terzo Francesco, stavolta per il piccolo schermo, interpretato da Mateusz Kosciukiewicz, scritto da Mario Falcone, Gianmario Pagano, Monica Zapelli e dalla stessa Cavani, con due attori molto pop, Sara Serraiocco nei panni di Chiara ed “Er Freddo” di Romanzo Criminale Vinicio Marchioni nei panni di Elia, a riafferrare le fila della nascita del francescanesimo come un movimento radicale e della genesi della nuova interpretazione del Vangelo, in cui ogni cosa deve essere riconducibile a solidarietà, pace e fratellanza, tratteggiando la storia dei francescani come una vicenda tutta di opposizione contro una Chiesa carica di burocrazia e ipocrisia, orpelli retorici e materialità.

Perché Liliana Cavani, narratrice di molte vite di uomini straordinari (dal Galileo combattente in nome della cultura laica contro l’oscurantismo religioso al buddhista Milarepa che cerca altre forme di sé nel misticismo puro, dall’ex nazista de Il portiere di notte al Nietzsche carico di dubbi in Al di là del bene e del male) è tornata sul racconto di Francesco per ben tre volte?

Perché un solo viaggio nell’universo del santo di Assisi non è sufficiente. Perché per capire davvero una figura così complessa ed enigmatica bisogna scavare molto. Perché Francesco, il vero rivoluzionario che è stato, lo si sta scoprendo solo da poco. Perché, poi, continuano a farsi studi su di lui, e io volevo approfondire la sua modernità basata non sull’uguaglianza ma sulla fratellanza, concetto lontano dal comunismo con cui nulla ha a che vedere. Perché, inoltre, fu un precursore dei Lumi e della Rivoluzione francese, un rivoluzionario, un anticonformista, un uomo che andò contro ogni omologazione. Perché oggi, infine, dopo decenni dal mio primo incontro con questa figura, posso dire è un uomo del futuro.

Quanto si sente lontana da altri registi che hanno raccontato Francesco, a cominciare da Rossellini col suo Francesco, giullare di Dio, ma passando anche per Michael Curtiz, che nel 1961 portò al cinema (con disastro al botteghino) la vita di Francesco come è raccontata nel libro The Joyful Beggar di Louis de Wohl, e per il Fratello Sole, Sorella Luna di Zeffirelli?

Questi film hanno ben poco a che vedere con la ricerca e col racconto che io ho fatto di Francesco in tutti questi anni. Quello di Rossellini (e non solo) è un modo di vedere Francesco che non mi interessa. Ce l’hanno in tanti. Tanti come una mia professoressa di lettere che andava regolarmente ad Assisi per “elevarsi” e sentirsi migliore. Ho sempre trovato ridicolo questo approccio e penso che la figura di Francesco sia molto più che un santino, penso che sia una figura fondamentale nella cultura e nella pittura, nel passaggio dall’Umanesimo al Medioevo. Per questo a me non interessano i viaggi nel francescanesimo noto e già scritto, stereotipato e romantico. Io sono sempre andata alla ricerca di ciò che sfugge di Francesco, di ciò che va oltre la totale incomprensione di chi non ha capito la sua complessità.

Da dove è partita per la sua ricerca di un Francesco ignoto?

Non sapevo nulla di Francesco, per caso mi è capitato tra le mani il bellissimo libro del medievalista protestante Paul Sabatier quando dovevo fare un programma per la Rai. Un libro trovato per caso che mi ha fatto scoprire un personaggio straordinario, inattuale perché troppo attuale.

Il suo primo film su Francesco, quindi, è stato ispirato da questo libro?

L’origine del primo film è davvero casuale, nasce dalla richiesta di Angelo Guglielmi, che doveva organizzare qualcosa in via Teulada per il 4 ottobre, qualcosa con un attore che recitasse il Cantico delle Creature. Così mi chiese di intervenire. Ma io, laureata in lettere, sino ad allora avevo solo fatto documentari storici sul Terzo Reich, non mi veniva in mente nulla, finché qualcuno non mi mise in mano quel libro di Sabatier, per di più in francese, un libro che ha fatto riscoprire Francesco agli storici. Lo leggo, resto incantata, è una una sorta di romanzo di formazione e per me una rivelazione. A quel punto chiesi a Guglielmi di farci un film e lui mi disse che aveva solo trenta milioni per il programma ma aveva un amico che voleva fare il produttore e che alla fine si offrì di fare questo film con trenta milioni. Partimmo, anche se io avevo scelto questo attore, Lou Castel, che aveva una faccia straordinaria ma molto particolare. E il film piacque moltissimo, andò a Venezia, ebbe successo, anche se ci fu un’interpellanza parlamentare di un missino perché c’era chi riteneva che Francesco non potesse avere quella faccia. Ma il film, ripeto, andò bene, girò nei cineclub, diventò importante in qualche modo, anche se fu trasmesso in tv solo grazie ad un monsignore che allora era direttore del Centro cattolico cinematografico e si assunse la responsabilità della messa in onda del film in tarda serata, lo stesso responsabile anche della messa in onda de Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini. In ogni caso, la mia “storia d’amore” con Francesco comincia da lì e non si è mai più interrotta.

Cosa cambiò nel secondo set?

Diciamo che avevo bisogno di fare il secondo Francesco, che è un po’ la storia di un innamoramento verso Dio, molto centrato sul femminile e sul femminismo. Sentivo proprio il bisogno di approfondire certe cose che non avevo toccato nel primo film, fatto un po’ di corsa. Qui, per esempio, mi soffermo sulle stimmate ma, certo, il mio sguardo è laico, anzi ritengo l’ottica laica ottima per raccontare un personaggio del genere. Nel secondo Francesco mi sono anche allontanata da Sabatier, perché trovavo che il punto cruciale nel racconto della parabola di Francesco non fu il rapporto con la Chiesa, perché se Francesco avesse voluto polemizzare, criticare e mettersi a muso duro contro le istituzioni avrebbe potuto anche farlo e non lo fece. Francesco sapeva che la Chiesa era piena di incongruenze, ma a lui interessava il suo incontro con Dio, quello che intravedeva e quello che cercava. Il resto era secondario. Voleva cambiare se stesso e per la prima volta parlò di fraternitas, uno dei tre nomi simbolo della Rivoluzione francese. Francesco credeva che la vera rivoluzione la fai in te stesso, che conta il tuo cambiamento, il rapporto di te con Dio, e che è soltanto con l’esempio che puoi indurre qualcuno a seguirti, col contagio umano, non con la propaganda o con la polemica con la Chiesa.

Ma la religione in che modo l’ha toccata nella sua vita?

Sono cresciuta in una famiglia laica, atea. Mio nonno era un socialista anarchico che sposò mia nonna in municipio nel 1917 e mia nonna per lui abbandonò la sua famiglia cattolica. Erano laici e tolleranti, credevano in una società più giusta e più libera, nel rispetto di tutti. Credevano nel progresso. E io con loro sono cresciuta. Dalle mie parti anche i cattolici erano tolleranti e rispettosi delle libertà di tutti, questo mi ha dato una visione più ampia del problema religione-non religione, del rapporto tra laici e credenti.

Che cosa unisce i primi due film su Francesco al terzo in forma di fiction?

Direi che la storia di Francesco è una storia bellissima da raccontare di generazione in generazione. Sentivo il bisogno di fare un terzo film, di parlare dei suoi rapporti con i musulmani, della quinta crociata, degli eserciti cristiani, di come vennero massacrati e del loro desiderio di potenza di cui Francesco coglieva la reale follia. Lui che fu un innovatore anche nei rapporti con uomini di religioni diverse, modernissimo anche in questo, guardava l’orrore dell’imposizione di una fede con la forza e con le armi. Anche in questo era più avanti di molti di noi, di molti contemporanei. Quando Einaudi mi ha chiesto di scrivere un libro sull’attualità di Francesco ho pensato che il mio linguaggio fosse sempre e ancora il cinema e che preferivo farne un nuovo film, abbracciando vari periodi della vita di Francesco, la giovinezza e la prima conversione nel 1206, il processo che gli infligge il padre, la nascita del nucleo storico della fraternitas e la partenza per la Terrasanta, la scrittura delle regole e la morte, non tralasciando il problema dell’eredità del suo messaggio nell’interpretazione diversa di Chiara, che digiunerà per ottenere dal Papa “il privilegio della povertà”, e di Elia, che invece criticherà Francesco per un’interpretazione meno drastica del voto di povertà.

Su cosa ha puntato in particolare?

Sulla rivoluzione che è su di sé, mentre di solito si vogliono persuadere gli altri anche con la violenza. Ho puntato sul suo desiderio di libertà, sul fatto che lui, pure in tempi di eresie e di movimenti eretici radicali, non ha voluto criticare la Chiesa ma solo fare una rivoluzione col semplice Vangelo. Era convinto che la rivoluzione si facesse in se stesso, cambiando se stessi. In questo sta la sua immensa modernità, nella convinzione che il solo vero discorso da fare agli altri fosse la testimonianza di ciò che si provava.

Quanto è attuale oggi la figura e l’esempio di Francesco?

E’ talmente attuale che facciamo fatica a comprenderlo. Lui è avanti rispetto ai contemporanei, per questo continuo a riproporlo a distanza di decenni. La sua modernità è ciò che mi ha spinta nuovamente dietro la macchina da presa a raccontare di lui per la terza volta. Come se fosse una necessità. Oggi più che mai, con i problemi socioeconomici legati alla crisi, Francesco e il suo esempio di vita legato alla vera natura umana e alla pace può aiutare a comprendere il senso della nostra esistenza. E ciò perché non fu solo un santo, ma un uomo lungimirante che seppe guardare sempre avanti, un uomo che oggi può insegnarci come la povertà, tema così attuale nei nostri giorni così difficili, può essere un filtro, una lente privilegiata per vedere le cose. Non solo. Lui fu anche un antesignano del dialogo tra religioni, un uomo che attirava tutti a sé e insegnava a rispettare tutti, cosa oggi fondamentale. Fu uno dei primi a parlare della necessità di non combattersi, di rispettare ogni credo. Ma di lui è importante ricordare oggi più che mai la necessità di amare, cosa cui oggi nessuno pensa davvero.

Che cosa ha più amato sempre e allo stesso modo in Francesco?

Proprio quello che ho cercato di mostrare al cinema prima di ogni altro aspetto, e cioè l’amore che Francesco aveva per Signora Povertà, amore che non veniva dal fatto che non amasse i piaceri del mondo, ma dall’idea che l’accumulo dei beni e dei denari non soltanto spesso sono frutto di ingiustizie ma ti spingono a dedicare tempo prezioso della vita a difenderli, togliendoti di fatto la libertà di cercare altre cose, altri percorsi. Francesco ha sempre odiato il denaro perché sapeva che è un elemento che divide persino le famiglie e causa guerre, ha sempre odiato l’accumulo, consapevole che il piacere stava altrove, nell’avere il tempo di capire la bellezza della vita.

Ma per lei, che ha sempre pensato alla figura di Francesco, la scelta di papa Bergoglio di un nome che rimanda a quell’esperienza, a quel sogno, l’ha sorpresa?

Sì, moltissimo, perché la scelta del nome non è casuale per un Papa e figuriamoci un nome come questo. E’ di fatto un programma. Significa riandare a quel progetto di vita, a una visione della Chiesa come la promette il Vangelo, visione in cui Francesco credeva ma che mai è stata realtà. Di solito il Papa eletto sceglie il suo nome partendo da un Papa del passato che ha avuto dei meriti o cui si sente vicino, Bergoglio invece è andato molto più indietro, sino a Francesco d’Assisi, non è cosa da poco. E significa moltissimo, un andare oltre la Chiesa come potenza e dogma, un riallacciarsi al Vangelo ma alla maniera di Francesco, che alcuni ancora oggi accusano di essere un incolto mentre, in realtà, non amava che i suoi compagni studiassero troppa teologia perché la cultura teologica allora era contraria a tutto ciò che non era dottrina, mentre lui invece seguiva il Vangelo alla lettera. Trovo che papa Francesco sia molto vicino a lui quando dice che “la Chiesa deve uscire da se stessa e andare verso le periferie geografiche ed esistenziali”. Stavamo finendo di scrivere la sceneggiatura quando il Papa è stato eletto e abbiamo capito subito che saremmo stati in sintonia con lui. Perché è un uomo impregnato dalla forza di Francesco e perché ha la capacità e la voglia di comunicare.

Questo è molto francescano?

Moltissimo, Francesco, in un’epoca senza telefoni e internet, trovava la sua forza nella comunicazione, che è la vera essenza del francescanesimo ed è quello che ho cercato di mettere al centro in tutti i miei tre film su Francesco.

Ma imparare da un personaggio come Francesco oggi è possibile, al di là di ogni retorica?

E’ difficile. Molto difficile. Significherebbe rivoluzionare la nostra vita, noi stessi, trasformarsi. Lui oggi ripartirebbe sempre dal Vangelo, il manuale del senso della vita, un invito all’avventura più affascinante di tutte. Seguire quell’esempio, oggi, non è impossibile ma è molto arduo.

 

(Articolo pubblicato su Filmcronache n. 4/2016. Registrati qui per leggere e scaricare gratuitamente la rivista)

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