Non chiamateli come il titolo di questo presunto articolo (da prendere con le molle).
Sono solo film che hanno catturato l’attenzione e l’interesse del popolo variato di target, superando le leggende (chi l’ha detto che in estate “l’animale umano” vuole per forza stare all’aria aperta e non rinchiudersi in luogo fresco ed accogliente? Giletti conduceva “non è l’Arena”).
Ma i dati vanno letti e, se volete, romanzati.
Ma in ogni “romanza” in Fa Minore c’è un briciolo di verità. SpidOdissey.
Odissea, il rapimento emotivo del sonoro e i dati che vanno letti.
Non andate a vedere Odissea (per Universal, la mia è una provocazione eh…).
Ne rimarreste incastrati ed ipnotizzati al punto da non uscirne più.
Un po’ come quando gli Afterhours cantavano “non si esce vivi dagli anni ’80”, la sensazione è quella. Andreste incontro ad una postuma negazione dell’evidenza (io? no…ma scherzi! Figurati) che porterebbe le vostre certezze verso la disintegrazione.
I salti temporali di Nolan e la fatica dello spettatore nel mettere in ordine i pezzi? Le scene epiche? La storia? I personaggi di Omero? Agamennone? Nessuno?
Non è colpa loro. Niente di tutto questo.
Nolan decide di giocare la partita sugli Hertz percepibili all’udito degli umani (nessuno escluso e a ciascuno i propri), sulle vibrazioni, sulle frequenze sonore ripetute nei momenti (e nelle scene e nei passaggi) importanti del film che ti aiutano a rimettere a posto i pezzi anche quando pensavi di esserti perduto.
E ci cadi con tutti i piedi.
Ad un lavoro così tecnico e certosino sul sonoro non eravamo abituati.
E non si fa così, di solito si avvisa prima!
“Si Odissea andrà bene ma è luglio, il caldo, poi alla fine durerà poco” (alla fine supererà i 50 milioni…i dati…)
Odissea e le sue 273.068 presenze del primo giorno di programmazione nelle sale cinematografiche, non erano che l’inizio.
Non aveva neanche cominciato, doveva ancora cominciare.
Non andate a vedere Odissea
Poi arriva lui, un giorno nuovo di zecca.
Si inizia sempre dalla fine. Dalla scena finale, dalle immagini dopo la fine di tutto.
Dal logo, un po’ rinnovato, della longeva ma sempre giovane Columbia.
Proprio da lì (ve la ricordate la sigletta stile Statua della Libertà ad inizio anni 2000?).
“Spider-Man” (2002) e “Spider-man: Brand new day” (2026). L’inizio e la fine, anzi… l’inizio e un possibile nuovo inizio per il “tu sei l’uomo ragno”.
Stesso posto, stessa posizione, stesso cinema (almeno per me).
Nel mezzo tanti (troppi) tentativi più o meno riusciti ma nessuno con un’idea, una struttura, un’interpretazione, una filosofia di pensiero netta e definita da portare avanti e difendere come in “Brand new day”. Un film bellissimo.
Gli Studios americani che si evolvono trovando il giusto equilibrio a livello di gusti tra Oriente ed Occidente. È un dato.
Anche il mercato cinematografico distributivo, negli ultimi miei 24 anni di settore, è cambiato (fortunatamente in positivo). Anche lui in evoluzione.
E quest’anno, secondo me, lo sarà più di ogni altro. Una linea di demarcazione.
Davvero un giorno nuovo di zecca.
Ok computer. Anzi, ok boomer.
E zitto zitto (si perchè al film manca un pò di comunicazione media da parte della distribuzione, quasi che dopo il risultato poco positivo americano fosse passato in terza fascia a livello di attenzioni e si fosse spento il faro dell’attesa, possiamo dire le cose come stanno?) ieri ha esordito in Italia Oceania.
Unmilioneduecentomilaeuro. Centosessantaseimilapresenze.
“Si però il doppiaggio italiano non è all’altezza di quello originale”
“Si però la storia è quella e non c’è nessun elemento di novità”
“Si però lo preferivo a cartone animato”
Unmilioneduecentomilaeuro. Centosessantaseimilapresenze.
Non chiamateli come il titolo.
0 commenti