La natura impassibile da una parte e l’uomo alla ricerca di un senso dall’altra. Il vuoto, il freddo, la neve, la nebbia a sottolineare l’astrazione delle mancanze terrene, la fragilità dei legami affettivi, il bisogno inesauribile di certezze. Mara e Pietro hanno due figli, Laura e Agostino. Condividono la passione per la montagna, lo sguardo verso l’alto, il cielo. Tutto cambia il giorno in cui Laura rimane vittima di un incidente in quota, insieme al suo fidanzato, e non viene più ritrovata. Il senso di inadeguatezza e totale smarrimento esistenziale contorna le ore e i giorni che Mara, Pietro e Agostino trascorrono in attesa di ricevere risposte di conforto dai soccorritori. È un fatto che sconvolge tutti facendo emergere segreti, fragilità e tradimenti ma ponendo ciascuno al cospetto della verità.
Lo sguardo interpellato
Osservatore dell’abbandono e della solitudine, spesso attento a qualificare il dramma dell’esistenza davanti alla perdita (Naufragi, Il ritorno, Come gocce d’acqua), quello di Stefano Chiantini è un cinema attento a rappresentare la frantumazione della promessa di felicità umana. Regista e sceneggiatore nato nel 1974, abruzzese di origine, ma romano d’adozione e formazione, qui al suo decimo lungometraggio di finzione, con Separazioni fotografa la condizione umana esposta alle insidie e ai dolori del vivere.
Presentato al 43° Torino Film Festival nella sezione Zibaldone, il film racconta la drammatica vicenda di una famiglia scaraventata di fronte al vuoto e alla perdita, incapace di reagire e comprendere il senso del proprio esistere. Un’opera che interpella lo spettatore a cominciare dalle domande di senso che appartengono a ciascuno nel momento in cui si prende consapevolezza della propria finitudine. Il film mette in scena il “poter-fare memoria” come dimensione fondamentale dell’essere umano ma, appunto, si domanda di cosa siano fatti i nostri ricordi.
Da qui nasce l’idea della costruzione narrativa della propria identità, personale e collettiva, ma soprattutto della propria condizione storica. Chiantini firma un progetto in cui i personaggi percepiscono la consapevolezza della propria finitudine, ma proprio grazie al riconoscimento di questo limite, attraverso la continua interpretazione del proprio passato, Mara, Pietro e Agostino restano travolti da una domanda di senso inesauribile e necessaria alla costruzione di un futuro significativo. Come fare a vivere senza passato? Come immaginare il futuro?
Il paesaggio dell’anima di Separazioni
Nelle intenzioni, il film di Chiantini sembra scagliarsi contro le certezze e la consistenza di una famiglia apparentemente felice per raccontare cosa significa trovarsi di fronte a un dolore incomprensibile e invisibile. Come dichiarato dallo stesso regista «un dolore che si insinua nei legami sgretolandoli, che increspa la superficie tirata a lucido di un microcosmo borghese, ne turba le simmetrie e ne mina le certezze». La soglia che distanzia visibile e invisibile è offerta dall’esaustivo titolo il cui senso è interessato a mettere in scena una condizione emotiva disarmante che riguarda una pluralità di esperienze. Quindi, se da una parte il film intende sollevare interrogativi drammatici sul senso del separarsi e del prendere le distanze dagli affetti speciali, dall’altra, in controluce, osserva il vuoto come una dimensione dell’anima, impossibile da decifrare per la sua ambiguità. È una domanda invisibile come quella di Giobbe e di chi di fronte a un male subito si chiede dove sia la giustizia di Dio. Il segno più evidente di questo incedere lento e corrosivo, che consuma, scava e turba, è offerto dal breve scambio dialogico tra Mara e il sacerdote. Un tentativo di convocare la fede come strumento per dischiudere il mistero ma anche per considerare come valida l’alternativa alla disperazione. «Solo la fede può aiutarci» sentenzia il sacerdote, e Mara risponde «E come può aiutarmi?». La risposta del sacerdote è univoca «Che alternativa hai oltre ad avere fede e sperare? Nessuna» e a quel punto Mara decide di accendere un cero che poi, qualche giorno dopo, rabbiosamente spegnerà. Una fiamma che dovrebbe illuminare nel buio della disperazione, che potrebbe alimentare le aspettative e che invece si rivela sterile.
In questo senso risulta efficace la scelta rigorosa e respingente del bianco e nero con cui il film è realizzato. Una soluzione rappresentativa del bisogno di inquadrare il rapporto conflittuale tra natura e cultura, tra mistero e assoluto, tra luci e ombre: geometrie razionali che impattano con il caos degli eventi, imprevedibili, indicibili, inspiegabili. Di questo si nutre Separazioni, un film che possiede una evidente e profonda religiosità nel senso proprio del termine perché qualifica il legame con il totalmente altro, impossibile da contenere e forse da capire. Non è un caso che il primo oggetto filmato, simbolicamente, sia la statua di una madonna che viene trasportata in alto dalla seggiovia che silenziosamente e sinistramente si muove nella nebbia invernale, invisibile agli occhi degli esseri umani, impercettibile dalla maestosità della montagna. È una madonna che si rivedrà più avanti che assume un valore decisivo per entrare in contatto con un film che guarda in alto, in altum cioè nel profondo.
I legami di Separazioni
Il film di Chiantini a tratti ricorda Sister di Ursula Meier, così attento a fotografare gli alti e i bassi della vita e del mondo. In quel film del 2012 la protagonista era al centro di una vicenda di povertà umana al cospetto dell’indifferenza della natura e degli altri esseri umani. Qui, soprattutto il personaggio di Mara, esprime il proprio malessere interiore attraverso un continuo peregrinare fatto di silenzi e occhi spalancati, persa nel vuoto. Ad essere messa in scena è la presenza di un’assenza: la montagna è così al centro di una riflessione che comprende tanto la colpa quanto l’amore, tanto il destino quanto la libertà, sia la dimensione verticale, sia quella orizzontale. Lo spettatore è di fronte ad una domanda di senso così vasta da diventare irrappresentabile. Cosa resta della mia vita senza quella dell’altro? In un mondo come il nostro dove si corre per riempire di cose l’esistenza, in cui la società vive immersa nel consumismo e nella tecnologia, in che modo guardare la realtà se tutto ci appare immediato, sempre disponibile e a portata di mano? Il film non offre risposte consolatorie ma apre urgenti interrogativi.
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