Tutte le famiglie felici sono simili, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Vale la pena di scomodare Tolstoj e l’incipit del suo “Anna Karenina” per introdurre l’epopea famigliare di Salvatore Mereu “Alberi Erranti”, presentato in concorso al Festival del cinema di Locarno 2026, per la sua portata universale e quella narrazione che sciorina i lati oscuri, a tratti imperscrutabili, ma comunque e sempre presenti in quel nucleo arcaico e fondativo della società basato sui legami di sangue. A cui possiamo accostare un’altra opera italiana, fuori concorso, “Armony” di Dario Albertini, che pur senza pretese autoriali e orizzonti di significato estesi, svela con dolcezza la felice opportunità di una famiglia comunitaria, quando quella biologica viene a disgregarsi.
Alberi Erranti di Salvatore Mereu
Non fosse che per la sua durata di 180 minuti (meritatissimi), Alberi erranti sarebbe una buona proposta, oltre che per il pubblico delle Sale della comunità, anche per le proiezioni dedicate alle scuole superiori, considerati gli spunti che offre sulla formazione della propria identità, i rapporti amicali e parentali, la dinamica tanto attuale tra violenza e inclusione, la relazione complessa tra le leggi della natura più selvaggia e quelle delle convenzioni borghesi più conformiste. La storia, tratta dal romanzo di Alberto Capitta “Alberi erranti e naufraghi” (2013), si svolge alla fine del Novecento in una Sardegna sospesa nel tempo e nello spazio, in cui spesso il realismo cede il passo alla favola, nutrita da visioni dense, metaforiche e di struggente intensità.
C’è una mitologica foresta dei bambini che sembra quella di Mission, una dimora nobiliare da Gattopardo, con formalità annesse e connesse, e un ragazzo che cerca il padre zoppo caricandosi sulle spalle la sua sedia, in una landa innevata e gelida da Dottor Zivago. Lui è Giuliano Arca, che fin da piccolo cura gli animali feriti, coltiva l’orto, si lava con l’acqua del pozzo, in una devozione quasi francescana al creato, incarnata dal suo unico genitore Pietro. A scuola stringe una profonda amicizia con Emilio Nonne, figlio minore di Sebastiano, ricco quanto maligno signorotto, emblema di un patriarcato forte e funesto, fondato sulla prevaricazione. E poi c’è Maddalena Branca, ragazza dai buoni sentimenti, figlia di un notaio pacifista e illuminato, promessa sposa di Michelangelo, primogenito dei Nonne. Mereu mette quindi in scena, attraverso queste tre famiglie e le loro diverse concezioni del mondo, paradigmi esistenziali definiti e funzionali all’innesco delle dinamiche orchestrate per regolarne i rapporti interni ed esterni, che esplodono in un epilogo la cui morale riporta alla necessità di accogliere il nuovo, il diverso, colui che pur radicato nella sua propria cultura è costretto a spostarsi, come un albero errante.
Armony di Dario Albertini
Anche “Armony” ha un afflato favolistico, anche se maggiormente ancorato ad un contesto di realtà in cui, nella periferia romana tra roulotte e prefabbricati, un camionista in pensione, celibe e senza figli, s’improvvisa padre di sua nipote Carlotta, sei anni, dopo che la sorella e madre single, sparisce nel nulla. Un’occasione genitoriale che dapprima lo spaventa, ma col tempo lo porta a scoprire risorse affettive finora inesplorate e foriere di una crescita personale inattesa. Se anche per introdurre questo film dovessimo ricorrere ad una nota citazione, potrebbe essere il proverbio africano “per crescere un bambino, ci vuole un intero villaggio”.
E il villaggio di Armony, soprannome del protagonista, è composto dall’amica attempata ed emarginata (probabilmente perché ha fatto la transizione sessuale), la ventenne vicina di casa incinta (di un uomo controllante e con un diploma da estetista tenuto nel cassetto mentre lavora in friggitoria), e un’assistente sociale rigida ma disponibile all’ascolto. Questo coacervo di solitudini, catalizzato da Carlotta, ci fa assaporare con tocchi di grazia uno spirito autenticamente comunitario nel valore dell’aiuto reciproco.









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